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BrassensLe sue canzoni sono poesie infinite, sbocciano sempre nuove nell’animo di chi le ama, sono grani di un Magnificat laico che invita a rovesciare gli ultimi e ad innalzare i deboli, un canto popolare di pietà che, se da una parte celebra l’amore, dall’altra vuol mettere in ridicolo la morale borghese, condannare l’arroganza dei poteri costituiti, la violenza e i conformismi. Tutti possiamo essere grati a lui perché ci ha permesso di ammirare la bellezza (e la dignità) che è sempre racchiusa nell’umanità ferita.

Georges Brassens (Sète 1921-San Gély du Fesc 1981) fu la stella tra le stelle degli chansonniers d’oltralpe, quando era ancora in vita Gabriel Garcia Marques lo defì il più grande poeta vivente francese. Anarchico ma non per formazione ideologica, di sentimento religioso (e cristiano) seppur non credente, Georges Brassens aveva origini lucane, i nonni materni partirono da Marsico Nuovo, in Basilicata, alla fine dell’ottocento per trasferirsi nella piccola città di Sète, nel sud della Francia.

In ricordo del grande “tonton Georges”, il comune di Viggianello, la casa editrice Valentina Porfidio e la Regione Basilciata, presentano al Centro Visita del Parco (ore 18,00) la proiezione de “Il quartiere dei lillà” (1956) di René Clair , unico film in cui Brassens compare sul grande schermo.

Terzultimo film di Clair ed ispirato al romanzo “La cintura grande” dello scrittore e filosofo René Fallet, “Quartiere dei lillà” è un prodigio di giustizia, di tatto e di verità, presenta sì delle leggere imperfezioni stilistiche specie nella seconda parte, ma è uno dei lavori più importanti di Clair, di sicuro quello che va più in profondità e nella quale si può avvertire tanto la sua “la mano fatata” quanto quella degli interpreti principali: Pierre Brasseur (magistrale), George Brassens (sorprendente), Henry Vidal e Dany Carrel.

“Il quartiere dei lillà” – fortemente attraversato da sentori da Victor Hugo ed Honorè de Balzac – è un lavoro sul valore in assoluto dell’amicizia e, al contempo, sul bieco egoismo che, spesso , è portatore di tragedie.

Nell’ unica esperienza cinematografica il “francese lucano” Brassens dà il volto ad un artista che canta e suona la chitarra. Accompagnano le riprese i brani “Il mandorlo”, “Il vino” e “Il giardino del mio cuore”. In particolare in quest’ultimo si espande una poetica accorata e un canto che, come in tante altre canzoni del repertorio brassensiano, è un invito alla pietà e al fervore del seme della libertà.