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Tutti noi, nella vita di ogni giorno, attribuiamo alle “cose” che ci appartengono come individui o come comunità, una serie di valori identitari, culturali, affettivi che sovrastano all’incalcolabile il valore puramente economico di quell’oggetto, a maggior ragione se quella “cosa” è usata o logora o deteriorata.

Quanto varrebbe per noi che troviamo casualmente per terra un logoro braccialetto di caucciù? Niente.

Ma quanto vale quello stesso braccialetto per la persona che l’ha perduta, se quella “cosa”, quel braccialetto rappresentava un regalo di S. Valentino fattogli dalla sua compagna/o, magari tanti anni addietro

Qualche anno fa, in visita turistica a una nota città della California, non molto distante da dove oggi si trovano le sedi, ad es. di Facebook, Google o Apple, giusto per citare alcune delle “nuove” aziende oggigiorno più conosciute al mondo, mi sono imbattuto in una piazza in cui faceva mostra di sé un vecchio carro da trasporto di quelli usati dai pionieri dell’800 che dall’Est degli Stati Uniti si mettevano in viaggio verso il mitico (di allora) West.

Per noi europei e italiani ancor di più, che all’epoca della scoperta del Nuovo Mondo (per la cronaca, 4/10/1492) eravamo in compagnia di un Leonardo da Vinci, di un Brunelleschi o di un Michelangelo, mentre dall’altra parte dell’oceano vi erano tribù di indigeni che usavano le frecce (non i fucili) per cacciare bisonti e che l’hanno continuato a fare fino alla fine dell’800 (qualcuno avrà pur visto il “Balla coi lupi” di K. Costner), il vedere esposto un insignificante di per sé carro da trasporto, potremmo essere indotti a pensare che esso rappresenti una forma quanto meno estrosa di arredo urbano, un’espressione di arredo tipica di un americano artisticamente non all’altezza di noi italiani.

Ma se pensiamo il valore identitario di quel mezzo, le difficoltà che i padri di quegli americani artisticamente non alla nostra altezza (di allora) hanno dovuto affrontare per arrivare a stabilirsi a Palo Alto  (Facebook), a Mountain View  (Google) o a Cupertino (Apple), allora credo che il discorso cambi radicalmente e l’orgoglio di esporre una “cosa” che rappresenta un pezzo della loro storia, della loro identità vissuta attraverso quel mezzo assume ben altro significato.

Estremizzando il concetto e considerandolo in questi termini di valori, si potrebbe arrivare a dire che un carro da trasporto, una diligenza, un tomahawk per un americano abbia il medesimo valore di un’Ultima Cena di Leonardo, di una cupola del Brunelleschi o di una Pietà di Michelangelo.

Perché dico tutto questo?

Semplice.

Stigliano, il paese in cui noi o i nostri genitori siamo nati o successivamente siamo venuti a vivere, ma che poi abbiamo fatto proprio (al pari dei “bianchi” stabilitisi nell’allora nuovo West), contiene all’angolo di una via, di un quartiere, di una piazza, pezzi di “cose” che rappresentano pezzi della nostra storia, del nostro vissuto e sradicandoli, rottamandoli in quanto logori e malandati facendo posto al “nuovo”, ancor peggio se antichizzato, significa sradicare, rottamare la nostra identità, la nostra storia e con essi, quella di chi ci ha preceduto e usato quella “cosa” per il fine a cui era in realtà destinata.

Proviamo a pensare in questa veste a una fontanella d’acqua che fino a qualche mese fa era posta da almeno oltre 50 anni (a mia modesta memoria) alla confluenza tra la via Zanardelli e la Via Cialdini e ora sostituita da un nuovo manufatto d’arredo urbano, uno zampillo d’acqua, giusto per ricordare (fino a quando?) cosa c’era prima della sua rimozione, ma del tutto privo di ogni valore identitario.

Una fontanella, o meglio, un fontanile com’era definito, un manufatto in ferro, privo di alcun valore artistico che, come tanti altri nei vari quartieri del paese al tempo in cui l’acqua nelle case non sgorgava da alcun rubinetto e parlo degli stessi non oltre 50 anni fa, serviva per erogare acqua, esclusivamente “su richiesta” girandone la sua manopola posta di lato e non “a getto continuo”, come l’attuale zampillo.

Un banale manufatto in ferro, logoro e lasciato all’incuria, ma ricco di valori intrinseci di impossibile calcolo economico e che rappresentava e vorrei pensare che, a maggior ragione oggi che siamo dotati di smartphone, pc o tablet e possiamo usufruire dei servizi offerti da Facebook, Google o Apple, possa a buon diritto rappresentare l’espressione del suo contesto urbano e della sua comunità di appartenenza:

una comunità tesa a non sprecare una risorsa preziosa di cui era carente quale era appunto l’acqua.

Una comunità, prevalentemente contadina, la cui donna di casa, mentre il marito era fuori a lavorare, provvedeva ad approvvigionarsene per il fabbisogno quotidiano della famiglia quale cucinare, lavare sé stessi o la biancheria e che per fare tutto questo, al fontanile vi si recava a piedi, con il “uarricchio” vuoto in testa.

Una donna, di cui oggi ne è rimasta solo un’icona: una statua di donna con il “uarricchio” in testa, posta in un altro giardinetto della via Cialdini, della quale non se ne comprende il suo valore se non se ne avverte il peso che la donna era costretta a sopportare per trasportare in testa, dritta come un tronco d’albero, un peso di 20/30 kg, a piedi, per strade e vicoli selciati, magari in salita, visto che il paese non si trova in pianura padana.

Una comunità di donne che si ritrovava al fontanile e socializzava con le altre donne nell’attesa del proprio turno, scambiandosi notizie sui fatti accaduti in paese: chi era nato, chi era morto, chi era gravemente ammalato, di un amore appena sbocciato o “ufficializzato”.

Una comunità comunque educata al rispetto reciproco litigando, se del caso, con la “furbetta del quartierino” che non volendo rispettare le altre, tentava di scavalcarle.

Un fontanile che serviva a rinfrescare i ragazzi che giocavano per strada, far abbeverare un animale nella vaschetta posta sotto, dare sollievo con un sorso d’acqua all’uomo mentre tornava la sera a casa dopo una giornata di lavoro.

Ecco perciò che di fronte a un rendering di riprogettazione degli spazi e degli arredi urbani, accanto al nuovo e al funzionale che avanza e di cui ci serviamo per migliorare la nostra qualità di vita (al pari dell’acqua dal rubinetto di casa, dello smartphone, del pc o del tablet), non dimentichiamoci di ciò che quel fontanile ha rappresentato per chi ci ha preceduto e il valore sociale e culturale che la sua presenza possa rappresentare già oggi e ancora di più nel futuro, al pari di quel carro da trasporto per il cittadino americano di S. Francisco e che rimuovendolo, rottamiamo con esso la nostra identità, i nostri valori sociali, la storia della nostra stessa terra e i suoi valori culturali che tante volte facciamo fatica a trasmettere ai nostri figli.

Ripropongo quindi la domanda iniziale: valori o nostalgiche illusioni?

Luigi Mazzei