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saggio-mele«Io sono uno degli altri». Così, ben a ragione, scrive di sé Rocco Scotellaro. Come annota, infatti, Gilberto Marselli, suo fraterno amico e compagno di lavoro a Portici, egli «ama stare tra i contadini e sa stare in mezzo a loro, pur non essendo esattamente un contadino», perché, essendo vissuto in città, fa l’esperienza di «stare nel cambiamento tra due mondi».

Scotellaro, insomma, si considerava uno come gli altri, che con gli altri e per gli altri intendeva vivere la sua vita quotidiana, dando senso in tal modo alla sua intera esistenza. Nel segno dell’appartenenza, della condivisione e della solidarietà, le linee guida che orientarono il suo impegno civile e politico e ne fecondarono la poetica.

Non stupisce, dunque, che la semplice ma pregnante espressione, emblematica della breve ma intensa biografia dell’intellettuale e poeta tricaricese, sia stata utilizzata da Silvia Mele nel suo bel saggio critico, ancora fresco di stampa, «Io sono uno degli altri» La poesia di Rocco Scotellaro (Ermes, Potenza, 2016).

Frutto di un accurato lavoro per la preparazione della tesi magistrale, il libro si avvale di una limpida e suggestiva introduzione del relatore Paolo Briganti, docente di letteratura italiana contemporanea dell’Università di Parma, il quale, nel richiamare il suo primo incontro ideale con l’autore lucano, evoca la pubblicazione della poesia Cena nel Raccoglitore, importante supplemento letterario quindicinale de La Gazzetta di Parma negli anni Cinquanta.

Ciò avvenne, per volontà del giovane direttore Mario Colombi Guidotti, il 10 dicembre 1953, vale a dire appena cinque giorni prima che Scotellaro si spegnesse, improvvisamente, a Portici.

Il saggio della lucana Silvia Mele, dopo una sintetica ma utile nota biografica, si articola in tre parti, che rappresentano le diverse fasi della produzione poetica scotellariana, secondo la tripartizione delineata da Manlio Rossi-Doria, che al periodo delle prime prove poetiche fra il 1940 e il 1945, fa seguire quello della «maturazione, in senso umano e in senso poetico», compreso fra io 1946 e il 1949.

rocco-scotellaro-e-rocco-mazzaroneIl terzo periodo, infine, comprende gli ultimi tre-quattro anni di vita del poeta, per molti versi sconvolgenti e drammatici: la dolorosa esperienza del carcere, la conseguente rinuncia alla politica attiva, il sofferto distacco da Tricarico per Portici. Le ferite laceranti, provocate dalla detenzione e dallo sradicamento, trovano voce poetica in alcuni bei componimenti degli ultimi anni, fra cui spiccano le liriche Al padre e Passaggio alla città, che è ben nota per il suo memorabile incipit: Ho perduto la schiavitù contadina, / non mi farò più un bicchiere contento, / ho perduto la mia libertà.

La Mele, seguendo pazientemente il non lineare iter della prolifica ma convulsa produzione poetica di Scotellaro e delle sue tormentate e discutibili vicende editoriali, ne enuclea con puntualità i temi ricorrenti e significativi, evocanti amore e dolore, fatiche e miserie, persone e affetti, eventi ed occasioni, che ne alimentarono l’ispirazione.

E anche i luoghi, tanti, che entrarono nella sua vita: Sicignano degli Alburni, Cava dei Tirreni, Trento, Bari, Napoli, Roma, Parma, Torino, Amalfi, Capri, Portici. Ma, anche quando sono luoghi “altri”, sempre agita il cuore e domina la mente del poeta la terra di origine, per la quale egli nutre il duplice contraddittorio sentimento di morboso attaccamento e di desiderio di fuga, sicché il «Sud è amore condannato».

Ne è emblematica testimonianza il componimento Biglietto per Torino, in cui la città piemontese scatena il ricordo dei «duri padri saraceni» e delle «belle donne nere» della Lucania. O Invettiva alla solitudine, nei cui versi iniziali il «tuono di ferraglie sul Rettifilo» a Napoli è «… lo stesso / del vallone squarciato del paese, / dove ai piedi delle case il Milo, / torrente dell’inverno e dell’estate, / annacqua gli orti pingui sulle pietre». O, infine, Il primo addio a Napoli, quando il poeta, dopo aver ricordato di essere «un uomo di passaggio», così continua: «Il treno al binario numero otto / ci vogliono ancora molt’ore / fin che stiri le sue membra con un fischio. / Non voglio più sentire queste rauche / carcasse del tram. / Non voglio più sentire di questa città, / confine dove piansero i mie padri / i loro lunghi viaggi all’oltremare. / Ritorno al bugigattolo del mio paese, … ».

La fine degli anni Quaranta, poi, registra un più forte impegno sociale e civile di Scotellaro, protagonista delle lotte con e per «la turba dei pezzenti, / quelli che strappano ai padroni / le maschere coi denti», non disgiunte dalla speranza che «Altre ali fuggiranno / dalle paglie della cova, / perché lungo il perire dei tempi / l’alba è nuova, è nuova».

rocco-scotellaro-nel-telero-di-carlo-leviRichiamando brani di altri scritti scotellariani e facendo riferimento ad un’ampia ed esaustiva bibliografia, utilizzata con sapienza a supporto della propria analisi critica, la Mele fa risaltare la ricchezza dei contenuti dell’opera del poeta lucano.

E mette in evidenza, con la varietà dei toni, di volta in volta discorsivi o lirici o elegiaci o epici, l’originalità dello stile, cui concorrono le strutture grammaticali e sintattiche, le opzioni lessicali con l’impiego di dialettalismi e calchi della lingua popolare, le relazioni foniche. Ma anche i ritmi e le cadenze, che talora assumono la solennità dei salmi, talaltra la pacatezza delle formule oracolari, talaltra ancora l’energia dell’epopea, quando il poeta si fa cantore delle lotte contadine e, come ricorda opportunamente Giovanni Caserta, dà «voce al popolo, cantando con esso e vivendo tra esso».

In conclusione, è da considerarsi davvero pregevole il lavoro della giovane lucana Silvia Mele, che non poco aiuta a comprendere e a gustare l’arte poetica di Rocco Scotellaro. Ed invita anche a riflettere su alcuni importanti messaggi dell’opera dell’autore tricaricese, che risultano più che mai attuali in un tempo di grande disorientamento politico e di relativismo etico qual è quello in cui ci tocca di vivere.