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Giardino di sculture sul tetto del Public Art Depot di Rotterdam (rendering)
Giardino di sculture sul tetto del Public Art Depot di Rotterdam

Di Laura Traversi. Il museo non è abbastanza grande per tutta la collezione? Succede ovunque, ma al Boijmans hanno pensato: perché non costruire un deposito aperto? Ne abbiamo parlato con Sjarel Ex, direttore del museo. In una lunga intervista che vi consigliamo caldamente di leggere… Nel Seicento i Paesi Bassi inventarono un sistema di governo che bilanciava le componenti aristocratico-militare e borghese-mercantile. La loro vocazione marittima e commerciale generò la Compagnia Olandese delle Indie Orientali, uno dei più formidabili trust della storia, ma anche il più avanzato e prospero mercato dell’arte dell’Europa moderna. Non sorprende perciò l’ardito progetto concepito a Rotterdam, il principale porto d’Europa, per un Public Art Depot disegnato dallo studio MRDV per il Museo Boijmans van Beuningen, quello della Piccola Torre di Babele (1565ca) di Bruegel il Vecchio. Non si tratta di una riedizione del pionieristico Schaulager di Basilea, orientato a ricerca e conservazione per l’arte contemporanea in modo più esclusivo. È un inedito sviluppo del bisogno di aprire i “depositi”, ottimizzando funzioni per cui i musei sono nati. Concepito da un museo che intende accrescere conoscenze e servizi erogati alla comunità senza pesare solo sul denaro pubblico, ma raccogliendo consenso e sostegno al 50% dai privati.
Abbiamo intervistato Sjarel Ex, direttore del Boijmans, promotore e committente del progetto.

Ci descriva il progetto architettonico.
Per l’interno è stato progettato un percorso, su passerelle a zig-zag, che dà una visibilità a 360 gradi sulle collezioni depositate, dall’ingresso fino al piano principale, con caffetteria e spazio espositivo, e poi fino al tetto, che ospita il giardino delle sculture e il ristorante. Salendo attraverso tre piani di depositi, laboratori di restauro e spazi espositivi, la visione delle opere può cambiare quotidianamente grazie allo spostamento delle rastrelliere e diventare ogni volta un’esperienza unica. Il vostro progetto è basato sulla collaborazione tra pubblico e privato. Lei ha ricordato che molte collezioni private confluiscono storicamente in mani pubbliche, ma agli operatori italiani è evidente che la legislazione non sempre rende facile avere una così diffusa fiducia nell’organizzazione e nella tutela pubblica. Noi abbiamo eccellenti rapporti coi musei italiani. Il ruolo del pubblico talvolta è di continuare quello che i privati hanno iniziato, perché le istituzioni della collettività sopravvivono agli individui. Detto ciò, il privato deve andare incontro al pubblico, ma ciò deve avvenire anche in senso inverso. Nei Paesi Bassi è abbastanza normale: non puoi essere una buona istituzione pubblica senza essere aperto all’apporto dei privati. Non è possibile nemmeno pensare di fare qualcosa senza questo sostegno. Il Museo Kröller-Müller a Otterlo, ad esempio, fu fondato da una collezionista privata, che nel 1910 cominciò a raccogliere arte, tra cui opere di Seurat, Signac e Mondrian. L’architetto belga Henri van de Velde ne costruì la sede che poi, nel 1938, lei donò alla nazione. Con la crisi del 1929 aveva infatti subito un tracollo finanziario e il suo avanzato progetto museale fu salvato grazie all’ intervento pubblico, che ne tutela ancora l’ eredità.

E il Boijmans che storia ha?
Il signor Boijmans arrivò a Rotterdam nel 1848. La sua città di origine, Utrecht, aveva rifiutato la donazione della sua importante collezione d’arte perché era troppo internazionale e non conteneva opere sufficientemente legate al territorio. Utrecht è come Lucca, meravigliosa ma molto chiusa: non c’è nulla che le interessi fuori dalle sue mura. Quando l’anziano Boijmans offrì la collezione a Rotterdam, venne accettata e dopo due mesi quell’enorme regalo era già arrivato. Unica condizione: un museo per accoglierla. La città costruì il museo – un bell’edificio – e lui diede la collezione. Dalla data della sua fondazione, nel 1849, il museo è sempre stato finanziato per metà da donazioni private e per l’altra metà dalla municipalità di Rotterdam. La prosperità storica della città ha portato alla fioritura del suo museo.

Un caso studio applicabile anche altrove?
Fuori dei Paesi Bassi, i colleghi talvolta non capiscono il nostro modello di lavoro, fondato sulla condivisione degli impegni tra pubblico e privato. Metà delle spese è coperta dal budget annuale della municipalità e metà viene dalle mostre e dal settore educational. A Strasburgo, di recente, mi hanno detto che se questo accadesse da loro “sciopererebbero“: sono convinti che il Comune debba pagare il 100% dei costi. “Non saremo mai imprenditori“, mi hanno detto. Erano molto sorpresi e pensavano che fossimo matti, mentre per un olandese si tratta di un modo ovvio, più imprenditoriale e moderno di fare il lavoro museale. Senza questo approccio, come museo saremmo affondati.

Che differenze vede tra i nostri Paesi nella circolazione delle opere d’arte? Un progetto simile sarebbe difficile da realizzare in Italia, perché certi collezionisti privati sono scoraggiati dal timore di “generiche” restrizioni verso l’esportazione (con eventuale notifica), che ha conseguenze sui valori di stima e di mercato dei beni. Però è una fortuna che non abbiate restrizioni sul contemporaneo e che si possa sviluppare liberamente. In Olanda abbiamo una lista di opere appartenenti a collezioni pubbliche e private che non possono essere vendute senza permesso. Non è una lista molto lunga, ma saremmo sorpresi se ottenessero una simile autorizzazione, perché sono considerate di estrema importanza per la cultura della nazione.

Però la legge in vigore in Italia genera un timore di notifica per tutto ciò che ha più di cinquant’anni. Quindi per non pochi collezionisti italiani è difficile immaginare di depositare le loro opere in luoghi pubblici e alimentare una trasparente e reciproca collaborazione…
Se la legislazione è troppo severa è chiaro che l’impatto è negativo. Sarebbe una buona idea che venisse stilata una lista e ci si attenesse. L’anno scorso abbiamo potuto acquisire un Medardo Rosso, Femme à la voilette (1923), proveniente dalla collezione Lauder di New York, da quest’ultima comprato in Italia. Era una delle prime sue opere ad aver ottenuto il permesso d’esportazione, due anni fa. Siamo stati fieri e sorpresi che fosse possibile. Nel mio team di collaboratori, provenienti da vari Paesi, c’è da tre anni un curatore italiano, Francesco Stocchi. Al colloquio di selezione gli chiesi perché volesse venire in un Paese così freddo e ventoso. Risposta: “Se volessi lavorare come curatore in Italia dovrei aspettare di avere sessant’anni“. Anche Lorenzo Benedetti, curatore italiano al museo di arte contemporanea di Amsterdam, mi ha detto di essere venuto per la stessa ragione. Questi talenti italiani sono molto internazionali e lavorano ovunque. Dovreste ripensare le vostre regole e riflettere su ciò che è necessario fare per rendere più dinamico il mondo dell’arte. Vorrei anche aggiungere che le vostre collezioni private sono sempre di altissimo livello: non potrò mai dimenticare quando da giovane visitai quella di Panza di Biumo!

Rotterdam. Public Art Depot – rendering del percorso interno
Rotterdam. Public Art Depot – rendering del percorso interno

In Italia c’è un’impresa privata, Art Defender, che ha creato depositi per l’arte atti a erogare servizi di eccellenza in condizioni di massima sicurezza e di microclima controllato, effettuando su richiesta analisi scientifiche, catalogazione e altro in collaborazione con l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze/Prato. Pare però difficile prevedere una crescita di simili iniziative se non cambia lo sfondo normativo, facendo aumentare “strutturalmente” fiducia e collaborazione tra pubblico e privato. L’idea del Public Art Depot mi è venuta due anni fa. Avevamo investito molto nella collezione, ma il Comune di Rotterdam era riluttante a spendere per il “backstage” del museo, i depositi. Non ritenendo ottimali le condizioni microclimatiche e di conservazione, avevamo ottime ragioni per proiettarci su un altro piano progettuale. Ciò implica incrementare la capacità organizzativa, prendere parte alla storia, affrontare la positiva competizione dentro il nostro Paese con i musei di Amsterdam, che sono in una condizione piuttosto diversa dalla nostra, decisamente più vantaggiosa. Noi abbiamo solo il 10 % di turisti, loro il 90 %. Noi dobbiamo essere più imprenditori e competitivi, capaci di attrarre. Un precedente direttore del Boijmans disse che preferiva questo museo a qualsiasi altro dei Paesi Bassi, ma che aveva uno svantaggio: non era ad Amsterdam. Rotterdam è una città portuale e industriale, meno ricca delle tipicità di Amsterdam, dalle professioni (avvocati, uffici, banche) alla joie de vivre. Così siamo partiti dal problema dei depositi e ci siamo resi conto che era possibile realizzare un progetto ambizioso attraverso finanziamenti privati. Ma doveva essere diverso da come lo si sarebbe concepito per un museo di Amsterdam. Certi collezionisti di Amsterdam mi hanno detto: “Il progetto è perfetto, ma è sbagliata la città”. Un collezionista e broker d’arte di Manhattan mi ha detto: “Se non riesci a farlo lì, devi farlo qui o in un altro Paese”.

Il progetto dipende dall’approvazione della municipalità, giusto?
Il Comune dovrebbe dare 35 milioni di euro. Abbiamo calcolato che l’investimento verrà recuperato in quarant’anni. Intanto abbiamo raccolto 20 milioni di euro attraverso donazioni e contributi privati. La decisione del consiglio comunale è prevista per il 28 maggio. Speriamo di avere la maggioranza dalla nostra parte. Alcuni si oppongono al fatto che il Public Art Depot sia costruito in quel luogo, sopra una porzione del prato. Nei pressi sta sorgendo, al ritmo di Manhattan, il Centro medico Erasmus (380.000 mq, costo 2 miliardi) senza oppositori. Perché? Tutti potremmo averne bisogno. Quella è una cosa vera, questa è un sogno. Ci si oppone ai sogni, non alla realtà. L’arte è surreale, e questo non è il Paese delle favole. Invece noi crediamo sia importante proiettare il progetto su una scala sovranazionale, verificare che la comunità internazionale crede in esso, per non farlo scadere a una dimensione puramente locale.

Quali sono le differenze rispetto allo Schaulager di Basilea?
Lo Schaulager è un grande esempio di realtà totalmente privata, diretta da Teodora Fischer. Due piani sono disponibili per le mostre, tre per i depositi. È aperto sei mesi l’anno. Se un curatore vuole vedere qualcosa o chiedere un prestito, da Mario Merz a Urs Fischer, deve telefonare: gli aprono la porta, accede alle opere che lo interessano, aspettano che abbia finito, spengono la luce, ringraziano per la visita e lo accompagnano all’uscita. È una visione privata, di una singola parte, una stanza di un grande edificio. Ma tutto il resto non si vede, anche se non è impacchettato.

E invece a Rotterdam come sarà?
Nel Public Art Depot tutto è visibile: non è un museo tradizionale, ma un magazzino aperto e accessibile in ogni sua parte. È molto radicale, in un certo senso. Non hai bisogno di appuntamento, non hai bisogno di informazioni, eccetto che sull’orario e i biglietti. Il 40% del museo e dello staff è dedicato alla collezione esposta, ai prestiti (registar, conservatori, curatori) e la sicurezza è un elemento importante. Il “tradizionale” Boijmans avrà sempre la sua sede storica lì accanto. Nel Deposito si vede quanto normalmente è nascosto al pubblico, ovvero come si gestisce l’ opera nel backstage.

Il rendering dell’interno non ricorda un po’ la mitica Torre di Babele?
Sì, in un certo senso. In realtà la sua vastità interna risponde alla richiesta del pubblico di quanto non è visibile. Come architettura è un progetto tagliato su misura e costa meno che adattare edifici preesistenti. Il Public Art Depot è una grande volta, un luogo protetto e aperto allo stesso tempo. Hai bisogno di spazio, tecnologie, microclima controllato, sicurezza, anche di una “visione”. Devi prevedere molte funzioni, legate al lavoro e alla logistica. Devi pensare allo staff che ci lavorerà dentro. Per questo abbiamo avuto l’ambizione di progettarlo. Adattare a un simile uso un edificio antico o precedente ci sarebbe costato il doppio. È sempre preferibile costruire ex novo in aree periferiche della città.

Come raccogliete i fondi privati?
Stiamo facendo una campagna di raccolta per la costruzione dell’edificio e per il laboratorio di restauro e conservazione. In questo momento nel museo abbiamo una lista di cento richieste interne per interventi conservativi. Ci servono le più avanzate attrezzature per la diagnostica, la conservazione e il restauro. Se avremo il sostegno del Comune, ne parleremo col Getty Research Institute. Con una nuova sede, ci sarà un centro di documentazione e un fondo annuale di 2.5 milioni di euro per la conservazione e la tutela delle collezioni cittadine. Avremo un flusso atteso di ricavi di 2.5 milioni di euro per la vendita di biglietti e di servizi al pubblico.

Quali i criteri ci saranno per ammettere nell’Art Depot opere “esterne”?
Al secondo e al terzo piano avremo 2.000 mq di stanze destinati alle opere private. Come tutte le collezioni, abbiamo lacune da colmare, un’area o un particolare artista. Vorremmo ospitare collezioni complementari o che aggiungano qualcosa alle nostre dotazioni permanenti. Ad esempio, ci ha contattato un collezionista di libri d’artista, a livello internazionale. Gli artisti amano molto la sfida di un’opera a piccola scala. Avremo una bella biblioteca, per modalità espositive così particolari. Un altro collezionista, dopo trent’ anni di appassionate ricerche, mi ha chiesto se poteva portare nel Public Art Depot la sua collezione, facendone la sua sede “museale” e lavorandoci coi figli.
Il nostro progetto può diventare una collezione di collezioni, senza la preoccupazione della sicurezza e dell’audience, e valorizzando dettagli invisibili in una normale condizione museale. Si tratta di un puzzle che speriamo di andare a comporre nei tre anni successivi all’approvazione del Comune.

Il tempo di realizzazione del progetto sarà quindi di tre anni?
Sì, non si scenderà molto in basso con le fondamenta, perché è un’area umida, e quindi il progetto si sviluppa in altezza. Il primo deposito è a sei metri e il piano terra sarà destinato solo alle macchine e al pubblico. Le rare obiezioni al progetto vengono dagli abitanti della zona, che vogliono privilegiare la presenza del prato. L’urbanistica di Rotterdam, dopo il bombardamento del centro storico nel 1940, consiste nello sviluppo della città moderna, particolarmente negli spazi aperti. È un tema caldo: molti considerano il prato un parco, anche se non lo è veramente, altri pensano che siamo in città e che per i parchi o i boschi si debba andare fuori Rotterdam o in Germania. Alla fine non parliamo di una città da proteggere, ma di proteggere un’idea di città. È il conflitto tra natura e cultura. Per il Public Art Depot abbiamo progettato un giardino pensile di sculture con l’Università di Wageningen. A Lucca hanno usato gli ulivi, noi lo costruiremo con tre o quattro specie selezionate, che penetrano con le radici fino a 1,5 metri di profondità, nel doppio solaio di cemento. Saranno protette dal vento da pareti in vetro. Nel campo della progettazione e realizzazione dei giardini, i Paesi Bassi hanno tre secoli di storia ed esperienza e sono i principali esportatori di prodotti agricoli e ingegneri agronomi del mondo.

Laura Traversi e Alex Tarissi

www.boijmans.nl
www.mrdv.nl