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Taranto,foto da internet

Taranto, 2013-05-27 – La cartella “I dialetti del sud”, curata con attenzione dall’Associazione Culturale Presenza Lucana, sempre attenta a “leggere” e salvaguardare quel passato che appartiene a tutti, si è arricchita di un altro momento di sana cultura con uno studio dal titolo: Gli spagnolismi del dialetto di Taranto. Lo studio articolato in tre parti, è stato curato, con dovizia di particolari dall’appassionato e studioso della tarantinità: Antonio Fornaro. Hanno partecipato con letture di liriche che hanno introdotto i presenti in sala a comprendere la lingua dei loro genitori, il poeta Domenico Semeraro, una delle voci più spontanee della lingua tarantina, e il lettore Roberto Missiani. Nelle sue liriche Semeraro tratta momenti di vita attuale e sociale con un linguaggio alla continua ricerca, nei meandri della sua memoria, di lemmi antichi che poco per volta, se non ricordati, tendono a essere cancellati.Antonio Fornaro, con la “vivacità” che fa parte del suo temperamento, ha ringraziato Nicola Gigante, deceduto in Agosto del 2012, chiamandolo suo maestro. Sono di Nicola Gigante due testi che hanno creato un arricchimento di lemmi ed anche alla parlata tarantina.

• Dizionario critico etimologico del dialetto tarantino (1986)

• Dizionario della parlata tarantina (2002).

Fornaro ha tracciato un excursus sulla valenza culturale del dialetto nella città jonica con accenni a tutti i vari contributi lessicali, nel corso dei secoli, dei popoli greci, latini, arabi, francesi e spagnoli sul dialetto tarantino in particolare. L’intervento del relatore, con la citazione di molte parole di origine spagnola ha suscitato una viva attenzione. Per questo, in una prossima programmazione, l’Associazione continuerà la trattazione dell’argomento legato al dialetto del nostro territorio. A termine della sua relazione Antonio Fornaro ha accennato a tanti prodotti del mare, alcuni ormai scomparsi, ma noti con termini dialettali. Metafore e proverbi, a volte, sono tutto ciò che rimane di dialetti. In ogni borgo della Basilicata si parlavano lingue, alcune volte, molto diverse. Questo avveniva anche per scarsa via di comunicazione poiché i paesi erano posti sulle colline e non avevano quell’arricchimento lessicale prendendo ed esportando lemmi. Per questo capitava che in luoghi distanti solo pochi chilometri si parlassero lingue e si usassero forme dialettali diverse. Era importante, negli anni cinquanta, quando fu indetto un corso di alfabetismo a largo raggio anche con scuole serali, parlare una lingua che fosse compresa anche da altri.

Nelle scuole elementari il distacco dal dialetto, per l’apprendimento della lingua italiana, alcune volte era un qualcosa di veramente difficile e traumatico; quelli più avanti in età ricordano le “bacchettate” ricevute sulle mani a ogni forma di espressione dialettale. Era questo il contributo da pagare per apprendere una lingua nuova: l’italiano. Che cosa resta di tanti dialetti che erano alla base della cultura popolare? Poco o niente. Si salvano e si ricordano pochi vocaboli trasmessi con proverbi o modi di dire. Io, per esempio, ricordo un proverbio raccontatomi da mia nonna, che mi è servito molto nella formazione culturale e sociale e che porto sempre con me come retaggio di una lingua che ormai si sta spegnendo anche nella mente: “Quanne ‘u stiavùcch vaje e vène l’amicizie se mantène”. Questo detto “il dare e l’avere” (vaje e vène) lo porto sempre con me e cerco di realizzarlo con i tanti amici che vanno e vengono esportando e ricevendo anche il sapere nella nostra Associazione.

Il dare e l’avere dello “stiavucche”, borsa di panno in cui erano avvolti gli alimenti, sono la metafora della vita che viviamo quotidianamente. Quando il dare e l’avere si bloccano, la vita di gruppo si ferma. “Bisogna affrettarsi a raccogliere ciò che proprio è caratteristico dei dialetti, prima che questi si alternino in modo da perdere quasi tutta l’impronta nativa.” Questo lo diceva il giornalista e deputato Carlo Tenca vissuto nel XIX secolo. C’è da dire che dopo la totale istruzione scolastica, il dialetto non è più valutato come lingua dei ceti più bassi, tant’è che si sta cercando di recuperarlo, già con letture nelle scuole. Oggi sapere usare, scrivere in dialetto è da considerare una ricchezza, un privilegio che accresce il valore culturale in chi lo pratica. E’ questo il motivo per il quale si è avuto, negli ultimi anni, una crescita di studiosi del dialetto. Grazie a questo lavoro di ricerca vocaboli, ormai desueti, sono stati ricordati e ricollocati in dizionari creati nei singoli paesi.

Articolo di Michele Santoro