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F. Moireau, Aliano logo capitale
F. Moireau, Aliano logo capitale

Per la XIX edizione la giuria ha scelto le opere vincitrici, di cui qui si propone una rapida descrizione critica. La manifestazione della consegna dei premi è programmata per il prossimo 29 ottobre nell’Auditorium Comunale di Aliano.

Nell’anno della candidatura di Aliano, unico fra i comuni lucani, a capitale italiana della cultura per il 2018, il Premio Letterario Nazionale “Carlo Levi” taglia il ragguardevole traguardo della XIX edizione. E lo fa con l’affermazione di opere di notevole valore: Appia di Paolo Rumiz per la Narrativa; L’arse argille consolerai di Nicola Coccia e La pittura dell’800 in Puglia di Christine Farese Sperken per la Saggistica; Grassano Melitense Memoria e territorio di Nicola Montesano nella sezione regionale; Il lessico magico di Rossella Pace come migliore tesi di laurea su Carlo Levi. Un premio speciale fuori concorso, infine, è stato assegnato, a Francesco Di Tria e Angelo Cipollone per Il blu e il rosso nel Mediterraneo, un volume sulla presenza dei Padri Trinitari a Venosa, Metaponto e Bernalda.

Paolo Rumiz-Appia
Paolo Rumiz-Appia

In Appia Paolo Rumiz racconta la storia e la leggenda, il bello e il brutto, il bene e il male, la vita e la morte, che gravitano intorno all’antica via romana per 612 chilometri da oltre ventitré secoli. Il libro, estraneo alle romanticherie dei narratori stranieri del Grand Tour, è molto di più di un semplice diario odeporico e realizza un gustoso «amalgama di archeologia, inchiesta, paesaggio, etnologia e impressioni personali», offrendo un interessante spaccato del nostro “Bel Paese”.

La narrazione si caratterizza per una scrittura asciutta e densa, atta a «registrare le voci dei luoghi», che, a intermittenza, s’accende per improvvisi barbagli di immagini icastiche, talora intrise di pura liricità.

Emerge, alla fine, come sia stata nel tempo offesa e violentata, «dimenticata in secoli di dilapidazione, incuria e ignoranza» e «presa talvolta a picconate peggio dell’Isis», la «madre di tutte le vie», che il grande Orazio celebrò in una delle sue satire più belle e che nell’Ottocento attirò l’attenzione di scrittori, archeologi, storici e artisti vari.

In sostanza, quello compiuto e descritto dal noto scrittore e giornalista triestino si potrebbe considerare un viaggio soteriologico, perché l’Appia non solo rappresenta il ritrovamento di un’amica perduta, ma diventa lo strumento per una ricognizione e un recupero della nostra mappa morale e spirituale. E invita alla riscoperta razionale e sentimentale delle proprie radici e della propria identità.

Nicola Coccia
Nicola Coccia

Il saggio L’arse argille consolerai di Nicola Coccia racconta, come spiega il sottotitolo, la biografia di «Carlo Levi, dal confino alla Liberazione attraverso testimonianze, foto e documenti inediti». La pubblicazione del giornalista fiorentino è il coronamento di un faticoso, paziente e intelligente lavoro di ricerca, durato ben sei anni, durante i quali l’autore non solo ha consultato varie fonti d’archivio, ma ha inseguito e incontrato molte persone, che semplicemente conobbero Carlo Levi, o magari ebbero un ruolo importante per la sua esperienza umana e politica, durante il confino politico e durante la clandestinità a Firenze, mentre la città era occupata dai tedeschi.

Giovanni Colaiacovo, immortalato in un celebre dipinto leviano con la sua capra Nennella, il farmacista Giovanni Maiorana, uno dei ragazzi che s’intrattenevano con il pittore confinato, Maria Ippolita Santomassimo, la sindaca che accolse l’artista nella sua ultima visita ad Aliano e si adoprò poi perché ad Aliano fosse sepolto. Ma anche Manlio Cancogni, Vittore Branca, Mario Carbone, i parenti di Anna Maria Ichino, Anna Olivetti, la figlia «segreta», che scoprirà molto tardi la vera identità del padre.

L’opera di Coccia, perciò, non solo arricchisce la sterminata bibliografia di Carlo Levi, ma ha il grande merito di illuminare aspetti essenziali della sua biografia umana, intellettuale e politica. Soprattutto in riferimento al periodo dei tragici e convulsi anni fiorentini della Resistenza prima e poi della Liberazione, che è stato ricostruito con organicità e raccontato con grande perizia attraverso una scrittura fluida e limpida.

Sono gli stessi anni in cui, come testimonia Coccia attraverso le sorprendenti informazioni ricevute direttamente da Manlio Cancogni, Carlo Levi si convinse a scrivere, nella casa di Piazza Pitti dov’era nascosto, Cristo si è fermato a Eboli, il libro che lo avrebbe reso famoso nel mondo e a cui Aliano avrebbe finito per legare il suo nome.

Christine Farese Sperken La pittura dell'800
Christine Farese Sperken La pittura dell’800

Il saggio La pittura dell’800 in Puglia di Christine Farese Sperken, articolato ed organico, conobbe già una prima edizione venti anni fa, quando non esisteva alcuna ricerca sul tema e la Puglia, pertanto, era terra incognita sul versante artistico e riguardo alla sua realtà museale. Riveduto e ampliato nella edizione del 2015 anche per quanto concerne l’apparato fotografico, esso è distinto in due sezioni, una che tratta del primo Ottocento, l’altra, molto più ricca, del secondo Ottocento.

Qui ampio spazio è dedicato a Giuseppe De Nittis, la cui figura è stata oggetto di studi più approfonditi negli ultimi venti anni, come attesta l’inaugurazione a Barletta nel 2007 di una Pinacoteca a suo nome.

Importanti novità nell’ultima edizione del saggio sono un aggiornato dizionario biografico degli artisti e un ricco apparato bibliografico, che concorrono ad offrire un quadro esaustivo dell’arte pittorica nella Puglia dell’Ottocento, non limitata agli artisti di origine pugliese e ai musei esistenti nella regione.

Nicola Montesano, Grassano melitense
Nicola Montesano, Grassano melitense

Il saggio Grassano melitense di Nicola Montesano è articolato in due capitoli e intende rappresentare un aspetto e un momento significativi dell’antica storia del paese, che nel 1935 avrebbe ospitato Carlo Levi nella fase iniziale del suo confino lucano. Oggetto di studio è l’arrivo dei Cavalieri giovanniti a Grassano che, inserito in un contesto ampio e complesso, viene letto e interpetrato come un’opportunità per l’Oriente di essere rifornito dal territorio grassanese di prodotti cerealicoli. La microstoria del piccolo comune lucano diventa, pertanto, una preziosa tessera musiva di una composizione più ampia, di cui è protagonista l’Ordine di San Giovanni Battista di Gerusalemme, che ne decide la fondazione.

Con tale ricerca accurata e originale l’autore contribuisce a recuperare e a mettere a fuoco alcuni segni identitari di un paese, che, come altre comunità lucane, conobbe l’avvicendarsi nei secoli di molte culture.

Le opere vincitrici della XIX edizione, dunque, sono degne della nobile tradizione del Premio, che nel passato è stato assegnato a grandi narratori quali Dacia Maraini, Isabella Bossi Fedrigotti, Michele Prisco, Alberto Bevilacqua, Vincenzo Cerami, Giuseppe Pontiggia, Giorgio Montefoschi, Tahar Ben Jelloun, Dritëro Agolli, Raffaele Crovi, Carmine Abate, Giuseppe Lupo, Guido Conti. E, per la saggistica, a personalità altrettanto prestigiose come Lorenzo Mondo, Walter Pedullà, Gerardo D’Ambrosio, Gianni Riotta, Pino Aprile, Gianni Oliva, Stefano Rodotà, Giovanni Russo, Ariel Toaff.

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Vito Angelo Colangelo è nato il 24 novembre 1947 a Stigliano, in provincia di Matera, dove ha vissuto fino al 2006, quando si è trasferito a Parma per ragioni familiari. Laureato con lode in lettere antiche presso l’Università Federiciana di Napoli, ha accompagnato sempre la sua attività d’insegnante con un notevole impegno socio-culturale, collaborando peraltro per molti anni a quotidiani e a periodici locali, Lucania, Basilicata sette, La voce dei calanchi, Fermenti, Leukanikà. Saggista autore di numerose opere.