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per terreParma, 10-07-2015 – Anthos, figlio di Nearkos, nella primavera del 400 a. C. si mette in viaggio da Ozanton, l’attuale Ugento, verso Roma per una delicata missione diplomatica, che gli è stata affidata dal re Artas e dalla Deranthoa, l’Assemblea degli Anziani, per conto delle dodici città della Lega Messapica. Le avventure, di cui è protagonista il giovane ozantino, sono il tema del nuovo romanzo, Per Terre e per Mari – Viaggio in Messapia e dintorni (Esperidi, Monteroni di Lecce, 2015, pp. 591, E.22), di Maria Grazia Labbate, che nel precedente romanzo di esordio, Le mura di Ozanton (Leucasia, Casarano, 2009), aveva fra l’altro narrato, nel contesto di una avvincente saga familiare, il ritorno a casa dello stesso Anthos dopo undici anni di lontananza, durante i quali aveva affrontato peripezie non dissimili da quelle del più celebre Odisseo omerico. Il lungo, faticoso e rischioso viaggio con Karbo, il servo taciturno e diffidente, e con Sirio, lo splendido cavallo non indegno dei mitici Balio e Xanto, porta Anthos a Metapontion, Rudiae, Brentesion, Egnathia, Siponto, Saipins, Alipha, Ausonia e Gaeta, prima di approdare finalmente ad Ostia e a Roma. E, sulla strada del ritorno, alle isole Ponzie, a Posidonia e, dopo un naufragio nel territorio dei Calabri, a Sibari e nella Siritide.

Il lungo periplo è segnato da una serie innumerevole di incontri imprevisti, che mettono alla prova il coraggio, la prudenza e la sagacia del novello ulisside e gli consentono anche di soddisfare la sua inesauribile sete di conoscenza.

Già nella prima tappa nella cittadina magnogreca della costa lucana, l’incontro con Naucrate, vecchio amico della prigionia e della fuga narrate nel primo romanzo, rivela la benignità degli dei, che si conferma successivamente quando Anthos s’imbatte in altre persone che in vario modo concorrono alla conclusione favorevole dell’insidioso viaggio: Aristippo, i mercanti Policrates e Agenore, il pastore-guerriero Hyrpos, Gavio, Ausonas, cui Anthos salva il figlio Ausente, Tarcente, il comandante etrusco dell’imbarcazione che lo trasporta ad Ostia. Qui, alla fine, è accolto nella casa del nobile Lucius Valerius, che, con la moglie Fulvia Prisca, nutre per lui un affetto profondo, da quando gli ha salvato il figlio Marcus. Il potente senatore molto aiuterà il giovane ambasciatore salentino, e non solo nella riuscita della sua importante missione diplomatica …

Assidua, si diceva, è la presenza degli Dei, che con severa benevolenza intervengono nella vita del mondo e nella storia degli umani. Essi, infatti, nel comune sentire, ispirato da una profonda religiosità, ordinano l’universo, regolando l’eterno fluire dei giorni, delle stagioni, degli anni, e reggono le sorti degli uomini, intessendo trame che l’anima sa leggere. Le legge, perciò, l’anima sensibile di Anthos, il quale, ben consapevole che «la pietas verso gli Dei è la base di una vita ordinata e felice», scruta e interpetra con devota sapienza i segni della volontà dei Celesti.

Come si può intuire dalla sintesi sommaria appena proposta, Per terre e per mari è un romanzo corale dal respiro epico, che a tratti si veste dei colori della elegia, quando si vagheggia il sentimento della lontananza dalla famiglia e dalla patria o si avverte con mestizia il senso della fugacità della vita. O quando incombe la malinconia generata dal νόστος, inteso non come generico desiderio del ritorno alla terra natale, ma come volontà di recuperare i cari affetti e le preziose memorie dell’infanzia e dell’adolescenza.

A testimonianza di ciò basti solo il richiamo di un passo breve, ma significativo per la sua esemplarità:

«La voce del mare aveva rapito la mente di Anthos e l’aveva riportato alla casa lontana. Rivedeva la campagna bagnata di luce, carezzata dai soffi di marzo, un po’ lievi e un po’ arditi. Gli sembrava di sentire il brivido dei pioppi trascorsi dal vento, stretti attorno al letto di pietra dove riposava quieta sua madre. Sulla lastra polita sempre omaggi di mani pietose, muti testimoni d’affetto: conchiglie, melagrane, bei sassolini rotondi, fronde d’ulivo, umili fiori di campo … C’era anche il suo coccio d’argilla, col nome di Ozanton, lasciato in pegno di un sicuro ritorno. Anthos si sentì preso da un’onda di malinconia e insieme di gioia: sarebbe tornato presto e in compagnia di una sposa». (pp. 414-415)

Si comprende bene che è anche un libro, l’ultimo romanzo pubblicato dall’autrice salentina nata a Trieste, caratterizzato da un’architettura complessa, in cui si compongono armonicamente la meticolosa documentazione storica resa possibile da una vasta e raffinata cultura umanistica, la malia della mitologia antica, la capacità di “creare” i personaggi e gli ambienti, il fascino di una scrittura limpida nella sua classica compostezza.

Altra peculiarità, che merita di essere a mio parere rilevata, è lo stile gnomico, per cui la narrazione è disseminata di pregnanti sentenze. Queste talora alimentano articolate e profonde riflessioni, funzionali ad un’opera che si propone come «uno spaccato di vita senza tempo, pur essendo collocato in un tempo preciso…». E in effetti, come sottolinea l’autrice nella premessa, «I 2500 anni che ci separano dai protagonisti del romanzo non fanno schermo, perché i desideri, i bisogni, le difficoltà, le domande che inquietano il genere umano sono sempre le stesse: felicità, amore, giustizia, pace, bellezza, senso della vita, realizzazione di sé».

Vorrei chiudere, infine, queste brevi note che, al di là delle mie intenzioni iniziali e contro la mia volontà, hanno finito per assumere la forma di una recensione, con un’ultima considerazione del tutto irrituale.

Qualcuno, ma me ne sfugge il nome, ha affermato che chi ha il privilegio di conoscere l’artista, può apprezzare ancora di più la sua arte. Ciò è sostanzialmente vero. Io, per mio conto, posso ora testimoniarlo, avendo avuto la fortuna di conoscere Maria Grazia Labbate e la sua meravigliosa famiglia e di instaurare un rapporto di affetto e di stima, che dura da circa quarant’anni.

Mi preme sottolineare, comunque, che il mio grande apprezzamento per la sua ultima fatica letteraria non è assolutamente condizionato dal sentimento profondo della nostra antica amicizia. E con sincera convinzione affermo che Per terre e per mari è un vivido stupendo affresco dell’antica Italia meridionale nella sua sfaccettata realtà politica, sociale e religiosa, che istruisce ed incanta.

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Vito Angelo Colangelo è nato il 24 novembre 1947 a Stigliano, in provincia di Matera, dove ha vissuto fino al 2006, quando si è trasferito a Parma per ragioni familiari. Laureato con lode in lettere antiche presso l’Università Federiciana di Napoli, ha accompagnato sempre la sua attività d’insegnante con un notevole impegno socio-culturale, collaborando peraltro per molti anni a quotidiani e a periodici locali, Lucania, Basilicata sette, La voce dei calanchi, Fermenti, Leukanikà. Saggista autore di numerose opere.