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Lo scandalo Trivellopoli in Basilicata resta al centro dell’attenzione del Movimento 5 Stelle.  Oggi commento alcuni punti dell’inaccettabile lettera che l’ad dell’Eni Descalzi ha inviato ai lucani alcuni giorni fa. Prima di tutto direi che se Descalzi fosse rimasto in silenzio, aspettando l’esito dell’inchiesta della magistratura, avrebbe evitato di arrampicarsi sugli specchi e di costruire una farsa, cinica e propagandistica. L’Eni deve smetterla di trattare la Val d’Agri come se si trattasse di una variabile di un piano industriale o di marketing. In Val d’Agri ci sono la storia e il futuro di decine di migliaia di famiglie e cittadini che vi risiedono e c’è la dignità di un territorio che ha avuto e deve continuare ad avere un forte ruolo nella Basilicata di ieri, di oggi e di domani.

Descalzi deve capire che non può comportarsi come un venditore di pentole che pur di piazzare il suo prodotto può dire tutto e il contrario di tutto per mero calcolo commerciale o pubblicitario.
Quella lettera è un’offesa all’intelligenza dei lucani e di tutti gli italiani, considerato che l’Eni è una società pubblica controllata a maggioranza dallo Stato.

I punti della lettera discutibili sono tanti, io mi limiteremo ad esaminarne tre:
1Questione malattie tumorali nelle aree interessate dalle estrazioni.
Descalzi ha affermato, con estrema faciloneria e senza dare informazioni precise, che “tutti gli studi epidemiologici condotti anche da istituzioni sanitarie nazionali e internazionali, ci dicono una cosa ben precisa: da quando esistono il Centro Olio e le attività sulle aree pozzo, non si sono assolutamente verificate patologie neoplastiche connesse ai fattori di rischio cancerogeno riconducibili all’impianto”.
Come fa a dirlo? A quali studi si riferisce? Esistono prove scientifiche significative per sostenere che le patologie tumorali non sono aumentate?
A Descalzi dico che sulla salute dei cittadini occorre essere chiari e prudenti e non si può parlare a vanvera.
I tre studi resi noti che conosciamo evidenziano, purtroppo, esattamente il contrario.
Il Rapporto dell’Iss (Istituto Superiore di Sanità), che la Regione Basilicata teneva “nascosto”, parla di eccessi di mortalità a causa dei tumori in varie zone, tra cui la Val d’Agri.
La Federazione nazionale dei medici di famiglia (Fimmg) afferma la stessa cosa: “Dalla nostra attività di medici di base sul territorio, abbiamo l’impressione di una maggiore incidenza di patologie come quelle tumorali e, certamente, non si può escludere che vi sia un nesso con l’inquinamento da estrazione petrolifera”.
L’associazione “Medici per l’ambiente” e alcuni dati Istat presentano informazioni addirittura più allarmanti. Infatti, secondo l’Istat, fra il 2006 e il 2013 il tasso di mortalità per malattie dell’apparato respiratorio è salito del 14% a livello nazionale e del 29% in Basilicata. Nella provincia di Potenza il tasso di ospedalizzazione per tumore maligno nei maschi tra 0 a 14 anni è cresciuto del 48% fra il 2011 e il 2014.
C’è da rilevare anche il dato del Registro dei tumori della Basilicata, aggiornato fino al 2012. In questo caso viene certificato che l’incidenza delle patologie tumorali sarebbero in linea con le medie nazionali. Va osservato però che, secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità, per molte patologie oncologiche, notoriamente correlate a fattori ambientali, si registrano ritmi di crescita notevolmente più elevati agli analoghi nazionali. Inoltre, non vengono conteggiati i lucani che si fanno curare fuori regione.
Quindi, sembra chiaro che Descalzi si sia limitato a basare le sue tranquillanti quanto fuorvianti informazioni solo sulla “ricerca medica affidata dall’Eni stessa a esperti esterni di propria fiducia che avrebbero verificato il quadro clinico e di laboratorio dei propri addetti che hanno lavorato in Val d’Agri dal 1998 al 2015”.

2- Questione ambientale.
“Se si pensa che in Basilicata si faccia qualcosa di diverso da ciò che avviene in altri Paesi, – ha spiegato Descalzi – mi permetto di sottolineare un dato: nei campi onshore di tutto il mondo la percentuale di acqua di produzione re-iniettata è pari all’89%, con punte nei campi delle Americhe (95%) e in Europa (92%), continenti nei quali non si può certo pensare che la legislazione sia “permissiva”.  Anche su questo Descalzi è estremamente superficiale. Infatti, non spiega che in Val d’Agri il Centro Olio e vari pozzi petroliferi si trovano a uno-due chilometri in linea d’aria da migliaia di cittadini residenti e centinaia di aziende agricole, a 500 metri da un ospedale e sono stati ubicati a monte di un territorio dove ci sono circa seicento sorgenti di acqua che alimentano la diga del Pertusillo, uno degli invasi più grandi d’Europa che fornisce acqua potabile a tre milioni di pugliesi e lucani e alla piana del Metapontino dove si irrigano i campi di pregiate produzioni agricole.

petrolio3- Questione benessere.
Descalzi ha scritto: “Siamo qui in Basilicata per restare a lungo e creare benessere e opportunità di crescita”. Dove sta il benessere di cui parla? In Val D’Agri, negli ultimi venti anni, proprio da quando sono iniziate le estrazioni, la popolazione è diminuita di circa 12 mila unità (fonte Istat), pari ad una media del 15% dei residenti. L’occupazione, solo negli ultimi cinque anni, è calata più del 10 per cento, sempre Istat, con punte, in alcuni comuni del 20 per cento. Conseguentemente i valori dei patrimoni, case e terreni con produzioni agricole di pregio (mele, fagioli, vigneti, allevamenti, agriturismi) valgono ora quasi zero. Gli occupati generati dall’Eni in Val D’Agri sono circa tremila seicento. I lucani alle dirette dipendenze dell’ENI sono 208, mentre altri mille e settecento lucani circa lavorano nell’indotto (fonte Eni che approfondiremo).

In altre realtà del mondo gli impianti petroliferi si trovano, prevalentemente, in zone non importanti sul piano ambientale e a decine di chilometri di distanza dai luoghi abitati dai cittadini.  Dunque, la lettera di Descalzi fa acqua da tutte le parti e, con tutto il rispetto per il ruolo che attualmente copre, facciamo fatica a dare credibilità ad un amministratore delegato che è indagato dalla Procura di Milano per corruzione internazionale a causa di una mega tangente di 200 milioni di dollari che l’Eni pagò, secondo gli inquirenti, per acquisire un giacimento petrolifero in Nigeria (all’epoca dei fatti Descalzi guidava la divisione Oil & gas del Cane a sei zampe).
A Descalzi consigliamo di evitare altri autogol e di attenersi ai risultati dell’indagine giudiziaria in corso.

Solo quando sapremo come si svilupperà l’intera inchiesta e cosa emergerà, in particolare, dalle migliaia di cartelle cliniche acquisite negli ospedali lucani dai carabinieri del Noe e dalle indagini epidemiologiche sui “bioindicatori”, ovvero sugli indicatori utili a dimostrare eventuali possibili livelli d’inquinamento sulle produzioni agricole e sugli allevamenti lucani, potremo dare credito al punto di vista dell’Eni. Tuttavia, i punti della lettera che potremmo smontare sono ancora tanti. Per ragioni di brevità non lo facciamo e tralasciamo le parti riferite allo smaltimento illecito dei rifiuti petroliferi, al trattamento delle acque di produzione e di re-iniezione, nonché il tema delle autorizzazioni regionali e dei monitoraggi ambientali gestiti direttamente dall’Eni (il controllato che fa il controllore di se stesso).
Su tutto, aspettiamo con fiducia l’esito del lavoro che sta svolgendo la magistratura inquirente.

PIERNICOLA PEDICINI
Capo delegazione del M5s al Parlamento europeo