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parcoPotenza, 2014-01-11 – Quella di mercoledì, per i parchi regionali e le aree protette della Basilicata, è stata una giornata campale. Che ha segnato la loro definitiva mutazione a succursale delle società per azioni di turno, interessate a sfruttare parti di territorio lucano. Non c’è differenza se dentro, fuori o sui confini di zone da salvaguardare. Insomma, i perimetri non esistono più, e non solo perché il limite è stato oltrepassato.L’8 gennaio le parole più pronunciate dai nostri presidenti di parco sono state “petrolio” e “royalties”. Una mutazione del linguaggio avvenuta sui giornali e nelle conferenze stampa. Dal caso “Caldarosa” ai resoconti ed ai bilanci di Federparchi Basilicata. In un colpo solo, la discussa e paventata compatibilità tra parco e petrolio è divenuta fusione, sgombrando ogni dubbio. E quando il presidente del Parco nazionale Appennino Lucano Val d’Agri Lagonegrese, Domenico Totaro, afferma che “è tempo che una parte dei fondi che provengono dalle royalties siano destinati ai Parchi nel cui territorio insistono i pozzi”, non solo rischia di scendere sullo stesso piano di chi ha in mente l’idea di rappresentare una “merce di scambio”, ma sta soprattutto annunciando la resa dei parchi lucani alle trivellazioni ed all’occupazione, andando contro i principi cardine di salvaguardia, tutela e valorizzazione. Così come avallato da alcune dichiarazioni di Vittorio Prinzi che – pensando ad un “fondo” – parla di “efficaci programmi di compensazione ambientale direttamente finanziati dall’Eni”, finalizzati ad “istituire un fondo permanente alimentato dalle royalties da far gestire all’Ente Parco”.

Quelli della salvaguardia, della tutela e della valorizzazione sono valori caduti nel dimenticatoio, e non poteva essere altrimenti considerando che i parchi lucani non hanno certamente brillato per coerenza, difesa della natura, dell’ambiente e dell’economia delle comunità. Basti pensare all’annosa vicenda della centrale Enel del Mercure, ai tagli dei boschi del Pollino, alle decisioni inspiegabili sulla questione cementificio di Matera e delle pale eoliche a ridosso del Parco regionale della Murgia Materana o alle estrazioni che incidono in maniera distruttiva sulla biodiversità e sulle sorgenti del Parco nazionale Appennino Lucano Val d’Agri Lagonegrese, calpestando la Rete Natura 2000. In questo senso, il “progetto Caldarosa” sarebbe una mannaia.

In sistema dei parchi della Basilicata – i cui presidenti andrebbero sollevati dai loro incarichi – ha dimostrato mancato rispetto delle regole e mancata assunzione di responsabilità, fatte sempre ricadere sugli ambientalisti e sui cinghiali.