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PertusilloDelta-del-Niger
Invaso del Pertusillo

Potenza, 2014-01-29 – Quattro anni fa, armato di senso civico, ritenni opportuno, oserei dire doveroso, diffondere analisi Arpab sugli invasi lucani, che mai fino a quel momento l’Agenzia aveva fatto conoscere ai cittadini. Nel diffonderle ebbi a sollevare dubbi e a porre domande sulla qualità delle acque invasate nelle dighe della Camastra, di Monte Cotugno e in particolare del Pertusillo. La risposta delle istituzioni, ad iniziare da quella dell’allora assessore regionale all’Ambiente, Vincenzo Santochirico, fu – volendo usare un eufemismo – alquanto scomposta e condita da accuse di procurato allarme. Non da meno i contenuti di un editoriale scritto da un umile cronista, che di lì a pochi mesi ebbe ad assurgere al ruolo di portavoce del Presidente della Giunta regionale. Allora, come oggi, parlai di prefiche prezzolate e di una sorta di linciaggio con accuse infami e fantasiose.

Fatto sta che per difendermi, pochi giorni dopo – il 21 gennaio 2010 – ebbi a commissionare analisi sulle acque delle sopra citate dighe alla Biosan di Vasto. I risultati che mi vennero consegnati attestavano una contaminazione di origine chimica e di origine biologica. Tradotto: i certificati della Biosan documentavano la presenza di bario – agente chimico presente tra l’altro nei fanghi di trivellazione utilizzati dalle compagnie petrolifere – e batteri coliformi ed enterococchi intestinali, che stavano a testimoniare il disastro della rete di depurazione. Lo spettro di analisi richieste alla Biosan, per ragioni di budget, fu piuttosto limitato.

Dopo pochi mesi, e dopo una conferenza stampa tenuta ad inizio febbraio, alla quale invitai Procura, forze dell’ordine e tutti coloro che potevano avere un qualche interesse ad acquisire i dati e ad ascoltare le mie considerazioni, fui sottoposto ad un fermo di oltre 4 ore presso la Stazione dei Carabinieri di Latronico, e quella stessa Procura destinataria di mie numerose denunce su questioni ambientali ebbe a disporre la perquisizione della mia abitazione alla ricerca della fonte che ad inizio gennaio 2010 mi aveva girato le analisi Arpab. Poche settimane dopo, e con mia sorpresa, appresi del rinvio a giudizio, non certo per un procurato allarme che non c’era, ma per rivelazione del segreto d’ufficio. Quale sia il segreto rivelato confesso che ancora oggi faccio fatica a capirlo, di certo, però, da 4 anni avverto la sgradevole sensazione di essere precipitato in un romanzo di Kafka.

Potrei aggiungere che il magistrato che ebbe a disporre la perquisizione – il dottor Salvatore Colella – si trova in una situazione di potente incompatibilità ambientale e che a partire dal maggio del 2010, oltre a registrare ripetute morie dei pesci all’interno dell’invaso del Pertusillo, si è palesato il pessimo funzionamento della rete di depurazione. Potrei dire che, dopo gli atteggiamenti “negazionisti” e “tuttappostisti”, perfino l’Arpab in data 16 settembre 2013 ha dichiarato che “il Pertusillo è inquinato”.

Di cose da dire ne avrei tante e tante ne ho raccontate su questa surreale vicenda e in generale sui veleni industriali e politici della “Lucania felix” e sugli effetti collaterali delle attività estrattive che hanno eletto la terra in cui vivo a serbatoio petrolifero. Resta il fatto che a 4 anni di distanza dalle denunce sul decadimento della qualità delle acque, degli inquinatori non c’è traccia, e gli unici a finire sotto processo sono stati coloro che hanno denunciato. Allora, come oggi, posso solo ripetere che ho onorato il diritto alla conoscenza e ho inteso difendere ambiente e salute. Ho applicato, credo alla lettera, onorandola, la Convenzione di Aarhus e lo stesso codice dell’ambiente. L’ho fatto nella consapevolezza, che mi è stata trasmessa da quello che ritengo essere il mio mentore, che “la strage di legalità si fa strage di popoli”.

Domani ci sarà un’udienza, l’ennesima, di un processo che va avanti da troppo tempo. Mi auguro che ci sia un giudice a Berlino. Se sono colpevole, la mia colpa è stata quella di voler scoperchiare cose che altri avrebbero voluto tenere nascoste. Colpevole di aver voluto essere cittadino e non suddito.

di Maurizio Bolognetti, della Direzione dei Radicali Italiani e Consigliere dell’associazione Coscioni