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Moliterno – La vicenda umana ed artistica, tra le più tormentate e complesse della prima del novecento, fa di Antonin Artaud una delle figure più importanti del secolo scorso, benché l’eredità che ci ha lasciato non sia stata forse mai esplorata o compresa nella sua profondità e complessità.

Nato , insieme al cinema , nel 1896, Artaud intuì genialmente le eccezionali potenzialità di un mezzo e di un linguaggio nuovi, che dovevano farsi strumento di una sorta di svelamento, di fulminante rivelazione. Il tradimento sia del teatro sia del cinema, di cui Artaud alla fine si sentì vittima, non sminuì l’importanza delle sue teorie né il valore intrinseco della sua partecipazione intensa e febbrile a queste forme d’arte. ” Il mondo del cinema – scrisse Artaud – è un mondo chiuso, senza relazione con l’esistenza. La sua poesia si trova non al di là ma al di qua delle immagini.

DulacQuando urta lo spirito, la sua forza dissociatrice si è già sbriciolata. C’ é stata della poesia certo, attorno all’obbiettivo, ma prima del lavoro di filtro dell’obiettivo dell’iscrizione sulla pellicola”. Tre furono le apparizioni (o meglio, sofferenti interpretazioni) sullo schermo di Artaud, tra queste nel corto-capolavoro del cinema surrealista “La coquille et le clergyman” (1927) di Germaine Dulac che fine presentato in serata allo Spazio Art House (ore 22.30) nell’ambito delle anteprime di “Moliterno Agri in corto 2016”.

Nato da un suo stesso soggetto, il film della Dulac, come nello spirito del cinema surrealista non ha una trama, un prete ossessionato da fantasie sessuali, una donna oggetto delle sue fantasie e un ufficiale che cerca di sottrarre la donna alle mire del sacerdote sono i protagonisti del corto. “Il film -disse Artaud – non racconta una storia, ma sviluppa una serie di strati d’animo che derivano l’uno dall’altro come il pensiero deriva dal pensiero senza che tale pensiero riproduca la consequenzialità razionale dei fatti”.