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Milano-Giovanna-Lacedra
Giovanna Lacedra

Milano, 05/21/2014 – Da una poesia di Vittorio Varano lo scorso 21 maggio presso la galleria di Porta ticinese di Milano, si è svolta la performance Art di Giovanna Lacedra, artista, originaria di Venosa.con la partecipazione di Irene LuciaVanelli.   Nata il 15 novembre 1977 a Venosa , un piccolo cuore di Lucania (papà di Ginestra,mamma di Venosa), nel 1995 si trasferisce a Firenze per frequentare il corso di pittura presso l’Accademia di Belle Arti, dove si laurea nel 2000. Nel 2001 pubblica una raccolta di poesie, intitolata “Schegge”. Negli anni sono state diverse le pubblicazioni in raccolte antologiche. Nel 2004 si abilita come docente di Disegno e Storia dell’arte, quindi si trasferisce a Milano, dove attualmente vive e lavora. Collabora con diversi siti web, come autrice di recensioni, articoli di critica d’arte, monografie di artisti. Il suo ciclo pittorico più recente “Distanze: Solitudini Contemporanee” (2006-2010) è stato esposto in diverse mostre collettive e pubblicato in diversi cataloghi, tra cui: 2008 Biennale delle Arti di Caserta – Caserta – Museo MAUI 2010 “Io e l’altro”, dell’Associazione Culturale Fonopoli (di Renato Zero)

Ecco la poesia:
(Capita, a volte, che il corpo stringa.
Capita, a volte, che il corpo sia sordo
allo sconfinato mare che ci portiamo dentro.
E capita, poi, che quel mare diventi tumultuoso proprio perché inascoltato.

Capita che quanto di noi offriamo al mondo,
spesso non sia che una una minimissima parte di quello che siamo.
E a volte capita che la paura di essere diventi una prigione.
Cella asfissiante. Claustrofobico spazio in cui contorcersi e tacere.
Fino a diventare un pugno di sale.

Il sale.
Tutto quello che resta del mare.
Laddove il mare è stato asciugato dall’impossibilità.

Il mare di cui scrivo è quello che io per prima amo definire maredentro.
Maredentro è per me la mia stessa sconfinatezza.
È l’autentica danza dell’anima. È energia vitale destinata a fluire.

Ma quando il dolore genera paura
e la paura genera distanza
e la distanza genera rinuncia
e la rinuncia genera repressione…
il mare – dentro – si chiude in un nodo.
Si ritrae. Smette di sconfinare.
Si asciuga.
E allora il corpo diventa un nemico.
Tiene avvinta l’anima, perché non si ribelli.
E corteggia il baratro della follia.

Quando il corpo non agisce secondo i nostri impulsi,
quando non prende e non dona, quando non ama e non freme,
diventa un calice che chiude il mare in una morsa innaturale.
I sentimenti restano inespressi, gli slanci diventano immersioni,
e le emozioni vengono respinte giù, sotto il livello della percezione.
Quando il corpo non ubbidisce alla libertà del desiderio,
si trasforma in una camicia di forza per l’anima.

Un bicchiere che racchiude l’incontenibile.

Il bicchiere appare utile se non si desidera ascoltare.
Appare utile perché l’essenziale resti piccolo, inutile e inespresso.
Il bicchiere dona l’illusione che tutto sia più o meno in ordine.

Eppure,
una lotta tacita si consuma
tra ciò che spinge e si ribella
e ciò che invece lo recinta.
Il mare – dentro –
ingovernabile,
è una tempesta alla Turner
tra le cui onde i sogni muoiono,
come naufraghi aggrappati
alla Zattera di Gericault.

(testo di Giovanna Lacedra)

In me sto bene
come il mare in un bicchiere
ma se sono confinato in questo calice
qualcuno mi può bere.

(Vittorio Varano)