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Daniela Ippolito
Daniela Ippolito

Pisticci, 2013-08-27 – C’è una Basilicata autentica e misteriosa che ha il suono felpato dell’arpa, come quella che andrà in scena domani sera, 27 agosto, a Marina di Pisticci, nell’ambito della rassegna Argojazz. Ad esibirsi al porto degli Argonauti, dalle ore 22 e 30, sarà la talentuosa musicista viggianese Daniela Ippolito. Si tratta di un’occasione unica per conoscere e ascoltare uno strumento recentemente ricostruito. Durante lo spettacolo Daniela Ippolito proporrà musica tradizionale, antichi canti lucani e addirittura eseguirà con questo strumento anche alcuni brani rock. Ippolito che sta studiando sull’arpa neoviggianese, racconterà anche la storia degli artisti girovaghi.

Infatti, prima ancora che il petrolio, a rendere famoso Viggiano è l’antica tradizione dei suonatori d’arpa. La loro bravura per secoli ha fatto viaggiare il nome del piccolo centro lucano in tutta Italia, ma anche al di fuori dei suoi confini. “La mia passione per l’arpa locale – racconta Daniela Ippolito- è nata dalla scoperta di una tradizione che ignoravo del tutto. Finito il conservatorio a Matera, dopo cinque anni di chitarra, ho scelto l’arpa semplicemente perché mi aveva affascinato la sua storia. Sia leggendo gli studi sull’argomento che ascoltando i Cd su quella musica, mi sono sentita piccina, come se avessi detto tra me e me: ma come questi suonavano nell’emigrazione con tanti sacrifici e io non ci riesco? E’ nato così un duo con un mio amico, poi il vecchio suonatore Luigi Milano mi ha insegnato i trucchi di questo strumento. Da lì è iniziata una storia musicale nuova per me. La storia dei musicisti di Viaggiano mi ha insegnato che il popolo si può riprendere. Ho capito che in quella tradizione c’è il tracciato dell’autonomia. Pensa che erano delle persone che dovevano sopravvivere, che hanno subito tutti i traumi degli emigrati. Tutto questo mi ha affascinato, quasi come una rivincita sulla logica del disfarsi delle cose ritenute vecchie, che ci ha rovinato in passato. Pensa che erano tesori di casa e nessuno ne sapeva niente”.

Lorenzo Zolfo