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Venosa antonio Masi
Venosa:in foto Antonio Masi

Venosa, 2013-06-02 – L’omicidio della quindicenne cosentina Fabiana Luzzi ha sbalordito l’Italia intera, soprattutto per la sua brutalità: prima venti coltellate all’addome, alla schiena e al torace; poi la morte terribile nelle fiamme esplose da una tanica di benzina. E l’orrore è ancora più grande se si considera che il carnefice è un giovane di diciassette anni, un giovane che diceva di amarla e di averla uccisa per gelosia. Si è parlato di delitto passionale, ed effettivamente mai come in questo caso la passione è stata tanto accecante: l’assassino era talmente prigioniero della propria gelosia da aver perso la ragione ed aver ucciso la propria fidanzata, per giunta in un modo così bestiale. Del resto il suo stesso avvocato ha intenzione di richiedere una perizia psichiatrica, al fine di ottenere uno sconto sulla pena. Altri hanno analizzato più a fondo l’accaduto, ricercando le radici della gelosia distruttiva del giovane nel contesto familiare in cui è cresciuto: un ambiente segnato da quella cultura maschilista e machista riconducibile allo stereotipo della Calabria; stereotipo che, nonostante il passare degli anni, sembra non poter essere ancora smentito. In parte è vero che l’assassino di Cordigliano Calabro sia stato, a sua volta, una “povera vittima”, come ha affermato la stessa madre di Fabiana. E’ cosa certa, infatti, che il contesto sociale in cui un giovane è cresciuto può segnare profondamente la sua visione del mondo, al punto da distorcerla. Tra l’altro, già nel ‘700 il filosofo francese Rousseau credeva che l’uomo fosse vissuto felice in un tempo remoto in cui non era stato ancora corrotto dalla proprietà privata.

Tuttavia, se è vero che la società modifica gli uomini, è altrettanto vero che gli uomini modificano la società. Perciò la responsabilità della morte di Fabiana è, in parte, anche nostra, di tutti noi Italiani. Ogniqualvolta restiamo in silenzio di fronte agli episodi di discriminazione sessuale cui assistiamo nella vita di tutti i giorni, alimentiamo quello stesso maschilismo che ha mosso la mano del giovanissimo assassino calabrese. Anzi, il fatto stesso di assistere indifferenti a certi spettacoli televisivi, basati su una concezione della donna, e della persona in generale, come oggetto, è anch’esso una colpa, certamente piccola come una goccia, ma che, aggiungendosi a mille altre, va ad accrescere il potere di quella “banalissima televisione” di cui parlava Pier Paolo Pasolini. E’ opportuno, però, non trascurare questo: che l’assassino di Fabiana, pur essendo stato vittima della gelosia, dell’ignoranza e della società, resta pur sempre un assassino. Al di là di tutte le possibili ingerenze esterne, infatti, egli era dotato di libero arbitrio per il fatto stesso di essere un uomo, un animale razionale. Come insegna Pascal, “l’uomo non è che una canna, la più debole della natura; ma è una canna pensante”. Dunque quel giovane calabrese avrebbe potuto rinunciare ai suoi propositi di vendetta, fare un passo indietro, rivedere le proprie convinzioni e magari anche criticare la propria famiglia e i propri amici.

Ma non è stato così, e Fabiana Luzzi è stata uccisa a soli quindici anni. Ora spetta a noi riflettere su quanto è accaduto e cercare di evitare che fatti simili si ripetano in futuro.

Antonio Masi: Seconda C Liceo classico “Quinto Orazio Flacco” Venosa

1 commento

  1. Carissimo Antonio,condivido pienamente l’analisi da Te fatta sull’assassinio di Fabiana Luzzi,ai motivi socio-culturali da te addotti ne aggiungerei uno che il più delle volte segna le personalità in maniera positiva o negativa a secondo di come esso è vissuto,mi riferisco alla pulsione ego-narcisista di ritenere le persone che ci circondano come fossero oggetti di proprietà su cui poter esercitare il proprio dominio.Qualcuno deve pure insegnare alle giovani generazioni che l’affermazione della propria personalità non può essere fatta a scapito di quella degli altri.Le persone vanno rispettate per quello che sono,nessun altro può essere considerato come una proprietà privata su cui esercitare il diritto di vita o di morte.La morte di tante giovani donne di fatto non è altro che l’evidente fallimento di un modello di educazione vecchio e superato ma anche il fallimento di un sistema socio-giuridico che non punisce severamete l’omicidio ma fa quasi passare un messagio che ad un reato così grave corrisponde una pena di modesta entità.Per essere giusta una società deve esercitare la giustizia come un cardine fondamentale su cui fondare le proprie basi.Francamente spero che l’uomo rallenti e freni questa sua compulsiva e frenetica esistenza,per avere il tempo di riflettere su cosa siamo diventati e su dove ci stiamo recando,dobbiamo sforzarci di capire chi siamo diventati per poter capire meglio noi stessi e gli altri. A te Antonio ed a tutti gli amici del Liceo Classico di Venosa un augurio di una serena vita. Melchiorri Alceo

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