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foto dal web

Non vi è alcun dubbio che la violenza riguardi un gran numero di donne: botte, stupri, omicidi, sopraffazione psicologica, ricatto economico, discriminazione di genere.

Una per tutte, vorrei concentrare l’attenzione su Carmen, protagonista dell’omonima opera, prima eroina ad essere assassinata sulla scena, dando forma ai concetti di razza, di classe sociale e di gender nel XIX secolo. Al centro della vicenda c’è la battaglia tra i sessi, ove la donna è immediatamente individuata come il nemico.

Il campo di battaglia è il corpo della donna, la cui sessualità costituisce l’unica caratteristica. Uccidere questa donna è un atto disperato, necessario per ristabilire ordine e controllo, cosicché l’uccisore venga compatito, la donna biasimata.

Sono passati più di 140 anni dal debutto della “Carmen”di Bizet, eppure nulla sembra cambiato se tutto resta ancora legato alla corporeità; laddove la violenza si annida nelle relazioni, nell’idea di possesso degli uomini e nella loro incapacità di gestire abbandoni e sconfitte.
L’etica si interroga non per giustificare ma per capire. E poi ci sollecita ad educare.

Noi tutti, giornalisti e cronisti, lettori e ascoltatori, educatori e formatori, evitiamo di riferirci alle donne come soggetti deboli e agli uomini come soggetti violenti. Insistere su deboli e violenti in una società che ancora cresce le bambine come docili e gentili e i bambini come forti e aggressivi conferma uno dei pregiudizi che è alla base della non-parità e alla radice della violenza.

I media dovrebbero evitare di titolare fatti di cronaca con “raptus di gelosia”, “omicidio passionale” o peggio “l’ha uccisa perché l’amava moltissimo”: frasi fatte e rifatte da una cultura che pesa sulla libertà delle donne e degli uomini. Queste storie vanno raccontate, sì, ma con parole nuove, ripetendo fino alla nausea che il possesso non è amore.

Vengono altresì imposti volti, corpi, sorrisi di donne uccise o ferite, e noi commentiamo chiamandole per nome: Angela, Maria, Roberta e così via. Ma dove sono gli uomini che commettono questi reati? Sono solo ombre, e le ombre restano indecifrabili, invisibili. Come il male. Indecifrabile. Invisibile.

Dobbiamo proporre modelli postivi di storie di donne che si sono chiusa la porta alle spalle e sono state sostenute nel nuovo cammino dalle forze dell’ordine, dalla magistratura, dalle comunità di accoglienza; per diffondere la consapevolezza che una donna uccisa non è una donna sbagliata.

Dobbiamo proporre racconti di donne reali: quelle che fondano una impresa e vi lavorano; quelle che avanzano nella ricerca e nelle istituzioni; quelle che hanno cura della famiglia e dei figli per scelta e non per obbligo; quelle che cambiano rotta senza temere le conseguenze. Donne che crescono in consapevolezza e libertà accanto agli uomini, sostenendo la diversità come fattore positivo di cambiamento.

Raccontiamo che la violenza è fragilità; che la prova di forza più grande è il rispetto della libertà degli altri, il rispetto per il cambiamento di ruolo e di pensiero di cui le donne sono protagoniste.

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foto dal web

In quanto bioeticista, non posso tacere una ulteriore forma di violenza sulle donne: l’utero in affitto, o maternità surrogata o assistita. Si tratta di compravendita di esseri umani e della schiavizzazione del ruolo della donna in termini di maternità. Assistiamo alla mercificazione non solo del corpo, ma dell’umano – che ne esce offeso, umiliato, svilito e mortificato – ai danni della vita – che acquista un prezzo ma perde la dignità.

Il mercato irrompe nella relazione madre-figlio, che è fondamento di civiltà e di umanità. E lo fa con un contratto, trasformando la riproduzione in produzione. Dando concretezza al sogno maschile originario : appropriarsi della potenza materna.

Gridate, donne, fate sentire al mondo intero le vostre grida, perché il silenzio uccide la dignità.

L’auspicio è che ogni donna possa vivere un sogno d’amore, ma con dignità e consapevolezza, con intelligenza e responsabilità, e quindi nella libertà. Accanto ad un uomo che le dica non TI AMO DA MORIRE, ma TI AMO DA VIVERE!

   Nina Chiari
  Presidente Provinciale UCIIM