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Dott. Ferdinando Laghi
Vice Presidente Nazionale ISDE-Italia Medici per l’Ambiente
Per valutare i rischi per la salute, collegati all’attività dell’inceneritore “Fenice” di Melfi, credo sia necessario fare prima alcune valutazioni di carattere generale, riguardanti le attuali conoscenze scientifiche sull’incenerimento dei rifiuti, per poi passare al caso di specie.
Pur trattandosi di àmbiti –sia quello generale che quello specifico- di grande complessità, sono tuttavia possibili alcune, seppur sintetiche, considerazioni.
La letteratura scientifica concernente l’incenerimento dei rifiuti è assai vasta e complessa. Certamente gli enormi interessi economici, collegati allo smaltimento dei rifiuti e all’incenerimento degli stessi –che notoriamente rappresentano, tra l’altro, una rilevantissima fonte di guadagno per la criminalità organizzata- non giovano ad una serena valutazione, asetticamente “scientifica”, dell’argomento, come per altro è già accaduto nel passato più o meno recente in altri casi, per lungo tempo controversi (si pensi alla pericolosità del fumo di sigaretta o delle fibre di amianto ostinatamente e dolosamente negata per decenni).
Sull’incenerimento dei rifiuti esiste però un punto credo ormai universalmente accettato: nessuno può sostenerne l’innocuità per la salute umana, essendo ben noti i rischi a carico di coloro che vengano direttamente e/o indirettamente (attraverso, ad esempio, l’inquinamento delle falde acquifere e delle catene alimentari o) esposti alle emissioni.
Ciò dovrebbe far scattare, automaticamente, il principio di precauzione ed evitare quindi che si faccia ricorso a pratiche, come l’incenerimento, da molti considerate inutili e dispendiose, ancor prima che dannose per la salute.
Si tende, invece, a rovesciare l’onere della prova, che richiederebbe al proponente di garantire sull’innocuità del processo di incenerimento e non alle popolazioni di dimostrarne la pericolosità (che comunque emerge, come si diceva, da rilevanti studi scientifici nazionali ed internazionali).
Un aspetto tecnico dell’incenerimento dei rifiuti, meritevole di sottolineatura, è inoltre quello collegato alla vetustà degli impianti utilizzati a tal fine, per cui –come comunemente avviene nel campo della tecnologia applicata- esiste sempre un impianto di “ultima generazione”, celebrato come punto di arrivo definitivo, a prova di rischio, anche potenziale, la cui totale efficacia e sicurezza dura…fino all’impianto di successiva generazione.
Ora, se è vero che gli inceneritori di ultima generazione (ma Fenice, a quale generazione appartiene?) determinano una emissione più ridotta, per metro cubo di fumi, di alcuni inquinanti -si fa qui esplicito riferimento alle diossine- è ugualmente vero che ci sono almeno altri due aspetti da considerare. Anzitutto gli impianti di più recente realizzazione sono in genere di dimensioni sensibilmente più grandi dei loro predecessori -e dunque con volumi di emissioni proporzionalmente maggiori- e possono perciò immettere nell’ambiente quantità uguali o addirittura superiori anche di quelle sostanze prodotte in minore quantità, nell’unità di volume, rispetto ai vecchi inceneritori.
Ma, per un inquinante che potrebbe diminuire, altri, pure assai nocivi, aumentano sensibilmente. L’incremento delle temperature di incenerimento, alla base sostanzialmente della riduzione della produzione di diossine, determina, infatti, un importante innalzamento della concentrazione di particolato, soprattutto della quota di minor diametro –il particolato fine e ultrafine- che è il più dannoso per la salute umana. E’ importante poi sottolineare come tale frazione del particolato risulti, in pratica, non intercettabile dai sistemi di filtraggio dei fumi, anche di quelli più moderni.
E’ dunque, a mio avviso, concettualmente discutibile parlare di “vecchi” e “nuovi” inceneritori come se si trattasse di due tipologie di impianto completamente differenti con impatti sull’ambiente addirittura non paragonabili.
Ed è, di conseguenza, difficile sostenere che gli studi sui rischi per la salute umana effettuati su vecchi inceneritori non siano neanche orientativi per la valutazione dei nuovi impianti.
Tra l’altro, la latenza di patologie come quelle neoplastiche, che può essere anche di alcuni decenni, dovrebbe ulteriormente spingere verso il principio di precauzione, che è norma giuridica precisa e non certo semplice raccomandazione di buon senso (cosa che già dovrebbe essere, per altro, sufficiente).
Tratteggiati gli aspetti generali, si può ora passare a qualche specifica e sintetica considerazione su “Fenice”. E non si può non sottolineare come proprio l’epoca di entrata in funzione -sono trascorsi poco più di dieci anni- non consenta una valutazione conclusiva del suo impatto sulla salute delle popolazioni residenti nell’area del melfese. Bisogna allora necessariamente aspettare ancora qualche decennio, prima di valutare se quell’impianto è pericoloso per la salute? Direi proprio di no. Non è certo il ruolo dell’epidemiologia quello di… chiudere la stalla a buoi fuggiti. Mi sembra che la vicenda di “Fenice” offra già ora delle evidenze note, inconfutabili e ampiamente riportate anche dagli organi di informazione. Una di queste, assai allarmante, è l’inquinamento, da parte di metalli pesanti ad attività cancerogena, delle acque dei pozzi di monitoraggio delle acque di falda. Come pure mi pare sia stato accertata la durata estremamente prolungata (anni!) di tale inquinamento. E, ancora, la lettura di quanto riportato sulla vicenda, da parte di varie fonti, giornalistiche ed istituzionali, sembra evidenziare la mancanza di tempestivi interventi per affrontare e risolvere tale problema, sia da parte privata ma, tocca dirlo, anche da parte pubblica.
I timori per la propria salute da parte delle popolazioni -timori che hanno dato vita a proteste, mobilitazioni popolari, interpellanze parlamentari e altro- non sembrano perciò infondati e risultano accentuati da una profonda e diffusa sfiducia –purtroppo, pur essa non infondata- nei confronti di Organismi ed Enti che si sono occupati di “Fenice”, sia dal punto di vista autorizzativo che dei controlli e, infine, ma certo non da ultimo, delle pur necessarie bonifiche.
La vicenda dell’inceneritore “Fenice” di Melfi è ancora in corso e non è possibile prevederne sviluppi e conclusioni. Quello che certamente è però auspicabile è che la tutela della salute pubblica sia realmente il primo obiettivo di chi alla sua tutela è preposto e che considerazione e interessi di altra natura non abbiano in nessun caso il sopravvento.
Dott. Ferdinando LAGHI
Vice Presidente ISDe Italia – Medici per l’Ambiente
La foto ritrae l’inceneritore Fenice di San Nicola di Melfi.