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Recensione opere di Roberta Lioy 1Rionero in Vulture, 2013-08-22 – Nella pletora di testimonianze scritte per Roberta Lioy, davvero onnipresente in questo caldo agosto del 2013 (oggi è a Melfi), derivanti da recensioni, dibattiti, mostre o, semplici biglietti personali, relativi alla sua notevole produzione artistica, si segnala uno, scritto da una giovane universitaria di Medicina, originaria di Rionero in Vulture, ma romana di adozione, Francesca Tirico, affetta da una gravissima malattia metabolica delle purine (CARENZA DI ADENILSUCCINATO LIASI ), che colpisce per la profondità dell’analisi e per la fine sensibilità che la sostiene.

Ve lo proponiamo così com’è. Per Roberta, della quale, oserei dire, coglie l’anima, scrive, dunque, quanto segue: – Gli stili sono ambedue interessanti, quello del paesaggio esprime uno stato d’animo profondo, sensibile alla luce ed al colore quale rapporto tra l’artista e la sua visione onirica della realtà. I petali informali esprimono tutte le sfumature dell’anima in un’esplosione di colore che colpisce lo sguardo e meraviglia la mente. L’altro stile coglie un particolare della immagine e lo immerge in una prospettiva nuova dalla quale l’osservatore è osservato. Il quadro diventa così realtà che vede. Roberta ama stupire e si stupisce contemporaneamente. Usa l’immagine per dialogare con lo spettatore che nei suoi quadri scorge la sua irruente e forte voglia di rinnovarsi continuamente. –

Lo scritto, elaborato ”more geometrico”, ha un’efficacia particolare nella sintesi, che pur necessita di una spiegazione. Ci ha tentato la dott.ssa Stomeo, nota artista salentina, allorquando, nella sua relazione critica, tenuta alla PERSONALE della Lioy, a Barile, il 3 agosto, introduce inizialmente un interessante mito della Grecia antica in cui si narra di una gara voluta da Zeus fra il dio Poseidone e la dea Atena; il vincitore avrebbe dato il proprio nome alla capitale Attica, la vittoria però sarebbe andata a chi avesse prodotto il dono più utile.

Poseidone colpì una roccia e ne scaturì una sorgente da cui uscì fuori un cavallo, simbolo di forza e potenza; Atena conficcò nel terreno il suo bastone che si trasformò in un ulivo carico di frutti, simbolo di pace e fonte di cibo e combustibile. La vittoria andò ad Atena e la città prese il suo nome. Con questa metafora, la Stomeo sottolinea il dono ricorrente che Roberta offre alla sua terra con la sua produzione, ma sottolinea anche quanto ella sia radicata nella “lucanità”, di cui esprime le tensioni, le aspirazioni e, grazie al suo stile, la modernità. Oggi che il dibattito sulla “lucanità” è particolarmente acceso, Roberta apporta il suo singolare contributo di emozioni e di sentimenti presenti nei suoi paesaggi, con un’indagine discreta ma penetrante attraverso, “occhi” che osservano e non sono più osservati, con quei gesti sostenuti da verità più intuite che certe.

Chi non ricorda l’inquieto smarrimento presente negli occhi di quella fanciulla che scruta la realtà e ne rimane quasi spaventato (riproduzione materica della Sibilla di Michelangelo, un lavoro di matita finissimo se non singolare) e il pesante fardello leggibile in quel vecchio corroso dagli affanni esistenziali prima che dagli anni (AUTUNNO), cui fa da sinistro commento il quadro, intitolato con un ossimoro, CIECA SAGGEZZA (grafite su carta, gessetti colorati, materia). E ancora si osservi SENSUALITA’ VELATA, che rivela la paura-desiderio dell’Eros, non meno presente in SOSPIRO e SCOMODI RUOLI. Eppoi l’ ESPLOSIONE DI COLORI, PIOGGIA DI PETALI, sino al RISVEGLIO DELLA NATURA (tutti materici) che esprimono un inno alla gioia, seppur contenuto.

In questa messe di inquietudini, stupori, domande appena accennate ( perché si diventa vecchi?, cos’è l’EROS?) Roberta riflette la produttiva inconsapevolezza dell’arte. Come Leopardi che nel “Dialogo della natura e dell’Islandese“ si interroga sulla condizione dell’uomo, ma senza avere risposta, così Roberta non si spinge oltre, anzi non vuole nemmeno sapere perché forse alcune risposte le conosce e teme di non riuscire ad accettarle. In tale ambivalenza c’è tutta la lezione dell’ ”informale” di tipo “esistenzialistico” di cui l’autrice è degna allieva; si cerca l’essere, la verità, ma l’essere non c’è, è inutile concettualizzare, meglio il gesto, il segno, la materia, il colore. E proprio perché la Lioy è nata come artista informale e si è, a lungo, dibattuta nella ricerca di uno stile proprio, rende problematiche le molteplici interpretazioni che le sue tele suggeriscono.

Questa ricerca le consente di non fuggire la materia, di non formare un informe, ma di trasformarla in colore. Oltre la materia, come deposito passivo, il senso si costituisce proprio partendo dalla materialità e perciò l’avventura dell’arte, nella Lioy, diventa dimensione progettuale, anche facendo sua la tesi di Sartre secondo cui la tecnica usata in un mondo di materialità è continuamente in via di umanizzazione. Lo stesso salto nell’agire e nel fare ci consente di addomesticare gli impulsi che provengono da una esplosiva soggettività. L’arte, ripetiamolo, nella concezione dell’artista lucana, è inadeguata quando si impiglia in un sistema concettuale che soffoca la materialità naturale: ciò spiega perché nella Lioy la tecnica è mero strumento perché la padroneggia e passa in altro, nel bello. A questo livello l’arte diventa anche comunicazione, sintesi di arte e linguistica, in cui si fondono e si appaciano colori, toni cromatici e, in una parola, stile paesaggistico e stile materico. Memore dei suoi maestri, Roberta può così percepire quel movimento assoluto cui aveva voluto dar voce Kandinskij. La stessa “Action Painting”, generata dalla creatività di Pollock, di De Kooning e di Lucio Fontana è arte informale, che pur ispirata dall’Espressionismo astratto, contribuisce a destrutturare il linguaggio artistico non riducendo la materia a puro detrito della storia. Vale la pena di ricordare che tra i “maestri” di Roberta vi è anche quel Fautrier, fondatore dell’ ”Art Brut”, che cercava di restituire al gesto pittorico la sua innocenza originaria, spesso negata dalla legge della forma a tutti i costi.

Ed anche quel Lucio Fontana, spirito furente dell’Espressionismo, quasi logica prosecuzione di un certo Dadaismo e Surrealismo estremi, che avrebbe preteso di prendere ”l’energia propria della materia, la sua necessità d’essere e di svilupparla” (Manifesto bianco del 1945). Nelle tele di Roberta gli uomini e le cose sono semplici e privi di pretese formalizzatrici e apollinee perciò la sua arte è in grado di riflettere la più profonda condizione dell’uomo: il niente, quale molla irresistibile ad essere e decidere del proprio incerto destino. Una gestualità, dirà Vedova, nel dopoguerra, fatta di movimenti laceranti, dolorosi ma anche “mondi spirituali capaci di farsi corpi”, in una gestualità tentacolare e provocatoria. “In principio era l’azione” aveva scritto Goethe, nel Faust: proprio di questa verità hanno fatto esperienza gli informali. Concludo: Se l’immortalità, come vuole l’esistenzialismo, non esiste e ci resta solo il gesto, la materia, il colore, lo spazio, questo non è una disperazione, ma solo qualcosa che accresce il significato del mondo.

Lorenzo zolfo