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Terremoto Basilicata foto dal web

Se le conseguenze di un terremoto sono sempre estremamente drammatiche, quelle del sisma che la sera del 23 novembre del 1980 colpì una vasta area del nostro meridione, a cavallo delle regioni Campania e Basilicata, risultarono, se così si può dire, ancora più dolorose.

La terra tremò a lungo, quella notte: una serie di scosse del nono e decimo grado della scala Mercalli produsse su un’area di ventimila Km2 un devastante effetto: 36 Comuni furono rasi al suolo, 294 rimasero gravemente danneggiati, 312 riportarono danni di consistente entità; 170.000 furono i senza tetto registrati solo dal comune di Napoli, altri 122.000 nell’entroterra campana e lucana persero con la casa anche i ricordi della loro vita.

“Terrificante il bilancio delle vittime, 2630, quasi incalcolabile quello delle migliaia di feriti. Ma ciò che maggiormente commosse e colpì l’opinione pubblica italiana fu quell’immane tragedia che si era abbattuta con tutto il carico di lutti e privazioni su una popolazione che, secolarmente, scontava una condizione di arretratezza, di oblio, di totale carenza dei più elementari servizi, delle più elementari infrastrutture”. Questo ricorda il giornalista Giuliano De Risi nel suo libro-inchiesta il Terremoto, un’esperienza, un esempio.

Le cronache di un’emergenza inizialmente non avvertita dal governo nazionale in tutta la sua vastità è nel ricordo di tutti marchiata a fuoco con quel titolo della prima pagina · del Mattino di Napoli, Fate Presto.
Sandro Pertini si precipitò in quelle zone testimoniando la vicinanza sentita ed appassionata della intera politica nazionale e dell’intero Paese al dolore della gente dell’Irpinia, della Basilicata e dell’intera Campania.

Mentre la macchina dei soccorritori guidata in maniera impareggiabile da Giuseppe Zamberletti faceva per intero la sua parte, i partiti a livello nazionale si interrogavano sulla qualità delle risposte da dare a quelle popolazioni. Già c’era stato il terremoto del Friuli per il quale la collaborazione intelligente tra partiti locali e nazionali aveva dato ottimi risultati.

Il problema, infatti, non erano le risorse da stanziare, quanto piuttosto quello di ottimizzarne l’utilizzo rilanciando quella cooperazione tra poteri democratici che aveva già dato i suoi frutti positivi in Friuli e in seguito nella Valtellina.

Il terremoto dell’Irpinia, battezzato così per via del suo epicentro, poneva, però, alle classi dirigenti locali e nazionali qualche problema in più del terremoto del Friuli e di altre zone del Paese. Questa volta non si trattava solo di ricostruire paesi interamente distrutti dal sisma, ma di cogliere l’occasione per dare risposte attese da quelle regioni da molti decenni.

Dalla Basilicata e dalle zone interne della Campania sul terreno dello sviluppo e da Napoli sul terreno della qualità della vita oltre che, naturalmente, su quello economico.

Miseria antica e distruzione sismica, insomma, stavano diventando un intreccio perverso e un nodo scorsoio al collo di quelle popolazioni con il rischio che venissero consumate quelle speranze coltivate per decenni. Il dibattito politico si infiammò e, per merito essenzialmente della Democrazia Cristiana e del P. C. I. che governava a quel tempo la città di Napoli, fu messa in piedi la famosa legge 219 che conteneva azioni di tre tipi:
a. la ricostruzione delle abitazioni distrutte con il recupero di un rapporto servizi-residenze equilibrato e moderno;
b. incentivi finanziari e fiscali per il trasferimento di attività produttive nelle zone interne della Campania ed in Basilicata;
c. un piano di 20 mila alloggi per la città di Napoli afflitta da un indice di affollamento tra i più alti del mondo (10 mila abitanti per Kmq).

Questa triplice azione strutturale era sostenuta da poteri speciali messi in testa ai sindaci e ai presidenti delle giunte regionali e conteneva, sul terreno finanziario, una novità.

La legge indicava alcuni obiettivi (ad esempio 20 mila alloggi) ma, non potendo quantificare in quel momento l’onere finanziario, e non avendo nel bilancio pubblico risorse sufficienti, affidava alle successive finanziarie il compito di stanziare le risorse necessarie anche sulla base di quello che sarebbe stato l’accertamento definitivo dei costi.

Fu così che le forze politiche di maggioranza e di opposizione si obbligarono a finanziare, negli anni successivi, la più grande opera di infrastrutturazione, nella

Storia dell’Unità d’Italia, di alcune zone del Mezzogiorno.
Quella triplice azione avviata nella primavera  del  1981 ha finito, nel corso di un decennio, per far decollare altre iniziative non direttamente collegate al terremoto, ma che furono favorite dalle politiche ricostruttive e di sviluppo attivate in seguito al sisma del  1980.

Quando nel 1988 la Commissione Bilancio del Parlamento preparò un emendamento che obbligava per 5 anni gli enti previdenziali a riservare alle zone della Campania e della Basilicata il 20% dei propri investimenti, le forze politiche furono pronte ad approvarlo.

Mille miliardi circa di investimenti immobiliari in quelle due regioni significò molto per lo sviluppo economico e per la vivibilità di quelle popolazioni. Basti pensare che, dalla sera alla mattina, si avviò a Napoli la costruzione dell’attuale centro direzionale che da oltre 15 anni era fermo al palo per mancanza di risorse. Con una domanda pubblica certa, gli imprenditori fecero a gara per costruire ed organizzare, così, un’offerta appetibile.

L’opera  di infrastrutturazione della Basilicata avvenuta in quegli anni convinse la Fiat di Cesare Romiti ad organizzare gli investimenti nel polo automobilistico di Melfi. All’epoca  Paolo Cirino Pomicino, Ministro del Bilancio, fece con la Fiat un contratto di programma di ben 3 mila miliardi di lire per l’insediamento  di Melfi, più un altro contratto di programma per l’indotto delle piccole  e medie imprese.

Anche in quell’occasione il consenso delle forze politiche e sociali fu altissimo. Due realizzazioni, il centro direzionale di Napoli e il polo Fiat di Melfi, che nulla avevano a che fare con il sisma del novembre del 1980, erano comunque figlie di quella cultura di governo sorta proprio in seguito al terribile terremoto e che aveva fatto propri gli obiettivi di sviluppo economico e di ammodernamento urbano di quelle regioni. Insomma due benefici effetti a distanza di quella saggia decisione assunta dalla D.C. e dal P.C.I., oltre che dalle altre forze politiche minori, all’indomani di quella immane catastrofe.

Negli anni che seguirono ebbi modo di seguire da Sindaco di Potenza l’intero processo messo in moto dalla legge 219/81.
In quegli anni ho visto l’impegno fattivo e solidale delle classi dirigenti locali e Nazionali, eletti in quelle zone, disposte ad operare all’unisono.
Era nato, in modo trasversale, il Partito del Terremoto che, condividendo l’impianto legislativo a Roma, agevolava nelle periferie gli interventi necessari per risolvere le aspettative esistenziali delle popolazioni terremotate.

Ho visto, pure, crescere progressivamente l’astio e la contrapposizione politica nei confronti dei risultati che si stavano ottenendo in tema di infrastrutturazione del territorio e di sviluppo industriale.

Alla fine degli anni ’80, come previsto, il clima cambiò per la campagna scandalistica dei maggiori giornali del Nord, in primis la Repubblica. Incertezze politiche e pressioni scandalistiche della stampa dettero vita a quella “Commissione Scalfaro”, che fu la culla dell’odio e del livore e che esplose poi con i fatti del ’92-’93. Sotto la spinta di Oscar Luigi Scalfaro, diventato nel ’92 Presidente della Repubblica, la ricostruzione post-sismica fu processata e dopo 15 anni assolta.

Naturalmente, per onestà intellettuale va detto che nella ricostruzione vi furono fatti ed episodi negativi, in particolare con l’arrivo degli imprenditori del nord che utilizzarono gli incentivi industriali e rapidamente scomparvero.

Su questo terreno, questa mia riflessione può essere uno strumento utile per chi ha desiderio di comprendere quale fu la tragedia del terremoto dell’Irpinia e della Basilicata e quale fu la risposta della politica del tempo che, allora, seppe mettere in cima ai propri interessi il riscatto delle aree meridionali.

Sembra che da quel tempo siano passati anni luce se si va a vedere da vicino il lento declino del Paese e quella del Mezzogiorno in particolare. Se in quella circostanza fu possibile per la politica offrire una risposta alta ai bisogni della popolazione della Campania e della Basilicata in larga parte lo si deve a quelle identità culturali che facevano dei partiti dell’epoca delle vere e proprie forze politiche e non solo comitati elettorali o, peggio ancora, organi di potere personale.

Nel momento in cui il Mezzogiorno arretra ulteriormente, può risultare utile il riscoprire le radici di quella cultura di governo di solidarietà nazionale, che diede forza con la legge 219/81 alle speranze di una parte delle popolazioni meridionali. Tanto può risultare cosa saggia e lungimirante, e può rappresentare, inoltre, un riferimento per le classi dirigenti future le quali devono anteporre sempre gli interessi primari della Comunità a quelli particolari.

Gaetano Fierro