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Pasquale Tucciariello
Pasquale Tucciariello

Il siberiano aveva costretto a rintanarsi in casa per la neve caduta abbondante. Già. Il siberiano non scherza: manda giù un’enorme quantità di neve, spinta sul Vulture e la Valle di Vitalba da altre correnti adriatiche di rinforzo a quelle freddissime provenienti dalla Russia siberiana che si fanno strada e si alimentano a partire da Trieste, piombano sull’Adriatico trovando altro territorio aperto come quello della Puglia e poi si spingono sul Vulture e i monti intorno portando neve copiosa e vento freddo da tagliare la lingua. Da queste parti il siberiano fa aperta concorrenza al calitrano, nel senso che il calitrano, quando è infuriato, è capace di inondare di neve il Vulture e la vallata fino a mezzo metro e il siberiano, ad onor del vero, stracarico di neve ancora maggiore e di gelo fa inondazione, tempesta e il vento urla da fare spavento.             Bisogna chiudersi in casa e serrare bene bene porte e finestre.

            Il siberiano aveva costretto tutti a barricarsi in casa.

            Proprio tutti?

            Era una domenica mattina e un uomo intabarrato, assolutamente irriconoscibile e con passo malfermo avanzava nella neve incurante della tormenta siberiana e del gelo pungente. Guardato oltre i vetri delle case pareva un fantasma, o un pazzo, o forse qualcuno bisognoso di qualcosa di assolutamente necessario, vitale, come se andasse, che so, a cercare il medico, o il farmacista, o a denunciare qualcosa alla caserma dei carabinieri, o alla ricerca di una persona dispersa, o un’altra questione da sistemare, considerata  la determinazione che lo spingeva ad andare avanti. Vi dovevano essere ragioni molto serie per dover affrontare un tempaccio come poche volte si era visto in quella fetta di terra. E difatti Giuseppe Renzetti detto Peppotto aveva le sue buone ragioni per prendere direzione verso il salone di Ciuffetta. Vi arrivò in ritardo. Gli altri lo attendevano già da qualche tempo.

            “Ci siamo tutti, o quasi, a quanto vedo” disse Peppotto, scusandosi per il ritardo, dovuto, precisò, alla visita inattesa, nella sua abitazione ed in un’ora indecorosa, di don Aurelio, prete esageratamente mattiniero, interessato a mostrare vivo disappunto della comunità parrocchiale del Purgatorio per le note vicende apparse sui giornali regionali il giorno prima in merito al coinvolgimento di taluni politici  nell’affare Fatti Miei, come lo avevano titolato i giornalisti di cronaca.

            Era una brutta vicenda. Un politico, denominato dalla stampa regionale Il politicante, domiciliato abitualmente a Potenza, aveva eletto residenza nel suo vecchio paese d’origine. In tale maniera, secondo leggi regionali fabbricate per arricchimenti personali, aveva diritto ad un compenso forfettario, in misura abbastanza consistente, a rimborso delle spese di viaggio sostenute per raggiungere ogni giorno il capoluogo, sede del palazzo del consiglio regionale. Un altro privilegio inventato dalla casta di politici e politicanti da strapazzo. Ovviamente non era il solo a praticare questo genere di imbroglio consumato ai danni del popolo lucano. Era un costume piuttosto diffuso, un malcostume. Ne erano in molti a conoscenza, quelli del palazzo e difatti in molti, pur vivendo correntemente a Potenza con le rispettive famiglie, se originari di paesi della periferia si iscrivevano nelle liste elettorali dei rispettivi comuni, prendendone residenza ed in tal modo potevano contare su altri guadagni derivanti da spese di viaggio mai sostenute.

            “Come se non bastassero i lauti compensi che ottengono a fronte di un lavoro fatto di clientele e nient’altro che clientele, di sistemazione di congiunti e familiari, di favori elargiti ad amici ed iscritti allo stesso partito, di uomini fedeli messi in enti con compensi da capogiro e utilizzati in vista di future scadenze  elettorali, di portaborse e di assunzioni senza meriti specifici, riempiendo così la pubblica amministrazione di incompetenti, di incapaci, di superbi, di fannulloni insolenti divenuti proditoriamente tali ritenendosi protetti e al riparo da improbabili provvedimenti disciplinari” disse velenoso Ciuffetta porgendo a Peppotto il giornale che riportava notizia dello scandalo. “E’ una vergogna”.

            “Magari si trattasse solo di questo. Don Aurelio, che fra poco ci raggiungerà, dice di aver saputo da persona ben informata dei fatti che politicanti da strapazzo usano firmare fogli di presenza nelle commissioni consiliari anche quando sono assenti, l’uno firma per l’altro, ottenendone compensi e gettoni di presenza non guadagnati. E come se non bastasse è stato scoperto che alcuni di essi vanno in missione a fare visita ai lucani all’estero chi in Venezuela, chi in Brasile, chi in Inghilterra proprio lì, dove risiedono sorelle e fratelli ottenendone rimborsi e nuovi guadagni. Qualcuno addirittura vi ha portato anche la moglie. E tutto alle spalle dei contribuenti” giudicò Peppotto piuttosto amareggiato per l’arroganza di taluni uomini pubblici mandati a gestire il pubblico interesse e non certo gli interessi sfacciatamente personali.

            “Il decalogo. Ci vuole un decalogo del buon politico” disse agitatissimo don Aurelio entrando nel salone e sventolando un vecchio opuscolo conservato in canonica. Vi ho portato ciò che ha scritto don Luigi Sturzo nel 1948. Questa la premessa. Ascoltate:

            “C’è chi pensa che la politica sia un’arte che si apprende senza preparazione, si esercita senza competenza, si attua con furbizia. E’ anche opinione diffusa che alla politica non si applica la morale comune e si parla spesso di due morali, quella dei rapporti privati e l’altra (che non sarebbe morale né moralizzabile) della vita pubblica. La mia esperienza lunga e penosa mi fa invece concepire la politica come saturata di eticità, ispirata all’amore per il prossimo, resa nobile dalla finalità del bene comune”. E qui sono stampate le dieci norme che don Sturzo scrisse, indirizzate soprattutto alla Democrazia Cristiana e a chi ricopriva incarichi nel partito e nell’amministrazione dello Stato come degli enti territoriali perché ogni cattolico vi si adeguasse. Attenti:

 

1-      E’ prima regola dell’attività politica essere sincero e onesto. Prometti poco e realizza quel che hai promesso.

2-      Se ami troppo il denaro non fare attività politica.

3-      Rifiuta ogni proposta che tenda all’inosservanza della legge per un presunto vantaggio politico.

4-      Non ti circondare di adulatori. L’adulazione fa male all’anima, eccita la vanità e altera la visione della realtà.

5-      Non pensare di essere l’uomo indispensabile, perché da quel momento farai molti errori.

6-      E’ più facile dal No arrivare al Si che dal Si retrocedere al No. Spesso il No è più utile del Si.

7-      La pazienza dell’uomo politico deve imitare la pazienza che Dio ha con gli uomini. Non disperare mai.

8-      Dei tuoi collaboratori al governo fai, se possibile, degli amici, mai dei favoriti.

9-      Non disdegnare il parere delle donne che si interessano alla politica. Esse vedono le cose da punti di vista concreti, che possono sfuggire agli uomini.

10-  Fare ogni sera l’esame di coscienza è buona abitudine anche per l’uomo politico.

 

            “Ce l’abbiamo allora il decalogo del buon politico, basta metterlo in pratica ed impegnare ad osservarlo” intervenne il preside, Enzo Cervellino, lui, politico di fino, capace di alte intuizioni che gli derivavano dalla sua convinta adesione alla chiesa cattolica, alla militanza cristiana in politica, a valorizzare il patrimonio storico dell’azione politica dei cattolici, a pescare nell’impegno valori culturali enunciati da Gioberti, don Romolo Murri, don Luigi Sturzo,  Alcide De Gasperi, Giuseppe Dossetti, Giorgio La Pira, Amintore Fanfani, sorretto da una poderosa cultura umanistica, attaccamento religioso al lavoro, fedele alle più belle intelligenze operose, promotore di eventi culturali significativi, capace di infondere forza e speranza in un progetto di democrazia e di sviluppo economico e sociale, di ascoltare le fasce sociali più deboli, ma soprattutto onesto e virtuoso e perciò stimato anche dai suoi avversari politici. Amava ripetere una massima di padre Giovanni Semeria “A fare del bene non si sbaglia mai”. E quella massima era divenuta sostanza di vita. “Le norme ci sono. Semmai difettano quelli che debbono osservarle” concluse amareggiato il preside.

            “Allora definiamo un decalogo del peggio politico” sbottò Ciuffetta.

            “Meglio chiamarlo politico mascalzone” suggerì don Aurelio imbestialito.

            “Mariuolo, approfittatore, ignorante e arrogante” aggiunse mastro Saverio sellaio, maniscalco e infermiere all’occorrenza, che s’intendeva assai bene di mestieranti della politica, sindaci, assessori, presidenti di enti intermedi, avendone conosciuti un bel mucchio nel corso di frequenti visite a domicilio quando si trattava di fare punture di penicillina nei casi di polmonite, di bronchite, di tonsillite, di ascessi dentari. Nelle case trovava argenteria, cristalleria, enormi lampadari in cristallo di Murano, arazzi, quadri, specchi, stucchi, tendaggi classici, tappeti pregiati, mobili in stile classico d’antiquariato.  E poi vasi di rame, di porcellana, di cristallo, anfore, chi poltrone e divani in pelle, chi in velluto, librerie e scrivanie fatte su misura, chi gradinate e pavimenti in granito, chi parquet intarsiati, salotti e altri ambienti che si possono dire dell’alta borghesia o di provenienza aristocratica sicuramente non conformi a retribuzioni e stipendi derivanti da un modesto lavoro dipendente.

            “Troppo astio, esagerata acidità, ci vuole moderazione sennò che cristiani saremmo? Io lo chiamerei diversamente: il politico impertinente”, suggerì il preside.

            “E perché impertinente”? domandò piuttosto perplesso mastro Tonno ciabattino appena entrato in barberia. Il solito ritardatario.

            “Non spetta a lui fare politica in un sistema democratico. La sua disposizione verso gli altri e il mondo non è pertinente, non si concilia con la figura professionale richiesta a chi vuole occuparsi di politica. Il politico impertinente è insolente, arrogante, sfacciato, avido di denaro, si disinteressa dei diritti umani, non ha valori da proporre né da interiorizzare ed imitare, non ha modelli educativi da indicare, non ha riguardi verso il corretto uso della pratica amministrativa. Non ha capacità di gestione. Non dà risposte pertinenti, evita il linguaggio diretto, aggira il problema e non lo risolve, è forviante, equivoco, mentalmente disonesto. Etica e politica due indirizzi disgiunti. Non ha una mente ordinata. Insomma l’esatto contrario del nostro Giustino Fortunato, il deputato della povera gente. Ascoltate cosa scrisse di lui, nel lontano 1919, padre Giovanni Semeria, nelle sue Lettere Pellegrine: Raro esempio, don Giustino non ha, in quattro anni, né scritto una linea né detta una parola per imboscare, in qualunque modo, i suoi numerosi e cari nipoti. Ch’essi abbiano compiuto, tutti in fanteria, il loro dovere (due non più tornati dalla guerra), e ch’egli abbia fatto il suo, non prostituendo a procurar favori, cioè ingiustizie odiose, la sua attività politica, il caro don Giustino è giustamente fiero. Tutta la vita e l’impegno del grande meridionalista rionerese sono un modello che potremmo assumere come riferimento di vita politica e di vita intellettuale. Diciamo che il Fortunato è una straordinaria eccezione. E guardarlo come paradigma ci orienta a definire il buon politico in una sorta di identikit. Invece, ora, ciascuno di noi si sforzi ad indicare le condizioni deleterie del peggior politico – propose.

            E così si fece. Al preside Enzo Cervellino non si poteva dire di no.

            Non occorse molto tempo per determinare i punti centrali del politico che nessuno avrebbe voluto trovarsi di fronte. In breve il decalogo era cosa fatta. Titolo? Il Politico impertinente

 

1-      E’ avaro. Ama troppo il denaro. Ingordo di beni e ricchezze. Non ha limiti di guadagno.

2-      E’ egoista. Non ha alcun rispetto per le necessità degli altri e per le povertà. Non dona.

3-      E’ superbo. Ostenta superiorità e disprezzo. La superbia è il primo dei sette vizi capitali.

4-      E’ antidemocratico. Prevaricatore, cerca strade illegali per affermarsi ed imporsi.

5-      E’ disonesto. Si lascia corrompere in cambio di denaro o di voti elettorali.

6-      E’ incapace. Non ha attitudini a gestire e risolvere attraverso il lavoro serio e responsabile.

7-      E’ senza scrupoli. Non si ferma davanti a nulla, non ha freni, non ha un disegno morale.

8-      E’ bugiardo. Sposta la verità introducendo nella vita ciò che è falso. E’ un mentitore.

9-      E’ convincente. Usa il linguaggio come gioco, come forza ammaliatrice, come fascino.

10-  Divide l’etica dalla politica. Il potere si fa sopraffazione dell’uomo sull’uomo. Senza regole.

 

             Lette e rilette, sembravano fatte per essere divulgate attraverso manifesti, volantini, sulla stampa regionale, inviate alle segreterie dei partiti e dei sindacati, alle associazioni culturali e di categoria, ai gruppi giovanili organizzati, alle scuole, ai parroci. Il preside propose anche la costituzione di un forum come spazio di discussione, come occasione di dibattito, scambio di opinioni ma anche un gruppo ristretto politicamente trasversale ma sufficientemente forte e autorevole, in grado di indicare i casi di mala politica e mala amministrazione regionali e se il caso segnalarli all’autorità giudiziaria. Il forum sarebbe stato occasione di  individuazione di problemi, di consapevolezza, di coscienza sociale; un organismo al di sopra delle parti ma con un unico scopo: migliorare l’uomo, la politica, la società. Si aggiornarono al pomeriggio, dopo la messa, per puntualizzare meglio sul decalogo, per una riflessione aggiuntiva, con calma. “La fretta fa i figli ciechi”, ammoniva il preside. Ma in serata la discussione di una intera giornata risultava straordinariamente positiva.  

            Un grande disegno ideale, ma forse anche una sgradevole utopia. Si era fatto tardi.

            “La notte porta consiglio” disse ad un certo punto Enzo Cervellino mentre si infilava il cappotto e mastro Ciuffetta gli porgeva cappello, guanti e ombrello.

            “Conserva queste carte tra le altre. Se ne riparlerà. Intanto comincio a fare un giro di telefonate ai partiti e ai sindacati. La notte porta consiglio. Ci rivediamo. La notte porta consiglio”.

            Non se ne riparlò più. Si seppe solo che nessuno degli esponenti politici contattati da Enzo Cervellino se la sentiva di impegnarsi seriamente nella costituzione di un forum di proposta e di denuncia. Non sarebbero stati coerenti con i loro trascorsi. Quale credibilità avrebbero avuto quei dirigenti di partiti e sindacati, usati al malcostume? E i fogli rimasero nei cassetti di mastro Ciuffetta con tutti gli altri appunti, con i fatti raccontati, le storie narrate, le massime annotate.

            Il mondo avrebbe continuato a girare alla stessa maniera, chi arraffa di qua, chi di là, ognuno prende quel che può e così continuerà ad accadere fino a quando il buon Dio deciderà liberamente di alzare l’indice della mano e allora non ci saranno più né sindaci, né assessori, né presidenti, né arroganti e né furfanti e andrà tutto a catafascio con buona pace di chi, in questa fetta di mondo, almeno ha tentato di fare la sua parte con onestà di intenti e con impegno costante.

Pasquale Tucciariello