Home Il lamento funebre

Il lamento funebre

lamento funebre1Consideriamo il lamento funebre innanzi tutto come una determinata tecnica del piangere,cioè come un modello di comportamento che la cultura fonda e la tradizione conserva al fine di ridischiudere i valori che la crisi del cordoglio rischia di compromettere. I modi della crisi del cordoglio nel mondo contadino lucano e soprattutto tra le donne,si avvicinano sensibilmente ai modi spettacolari della crisi del cordoglio del mondo antico, quando la civiltà cristiana non aveva ancora inaugurato il suo nuovo ordine nel dolore e nel pianto. Le informazioni sul lamento furono direttamente raccolte sul posto utilizzando soprattutto le persone ancora impegnate nell’esecuzione del rito. Le osservazioni furono condotte durante ripetuti e lunghi soggiorni nei villaggi lucani, su un’area che praticamente copre tutta la regione lucana: furono infatti visitati i villaggi di Castelsaraceno, Calvera, Senise, San Giorgio Lucano, Valsinni, Colobraro, MontalbanoJonico,  Craco, Stigliano, Pisticci, Bernalda, Ferrandina, Grottole, Tricarico, Albano Lucano, Pietrapertosa, Avigliano, Ruoti e S.Cataldo. Il lamento funebre è designato con un vocabolo specifico,a Pisticci e a Montalbano il lamento si chiama infatti Naccarata,mentre nel vasto comune di Avigliano e in quello finitimo di Ruoti esso è indicato con Travaglione o Travaglio. Il lamento funebre lucano si presenta oggi all’indagine etnografica con diverso grado di diffusione in rapporto alle classe sociali,all’arretratezza e all’isolamento della comunità,al sesso e all’età delle persone.In generale esso appare diffuso soprattutto fra la popolazione contadina della campagna;e per quanto in dati casi esso impegni ancora ceti non popolari,sussiste tuttavia la persuasione,nel mondo contadino,che vi siano due modi di patire la morte,quello dei poveri che adottano il lamento rituale,e quello dei ricchi che lo hanno in ispregio. Una contadina di Valsinni ci ha reso in proposito la seguente testimonianza:

Volete dirci,Adelina,che cosa avviene nel cimitero di Valsinni il giorno dei morti?- Noi contadini e le persone per bene andiamo al cimitero e piangiamo alle nostre tombe. Anche le persone per bene piangono vicino alle loro tombe? Le persone per bene vengono al cimitero, ma non piangono. (Adelina assume l’atteggiamento della persona rattristata) Stanno così. Nel cuore piangono, ma le bocche, le bocche non piangono. Dunque le persone ricche non piangono?  Le persone ricche piangono, si, ma non come noi pacchiani. Noi che siamo villani, contadini, piangiamo di più. I ricchi qualche volta piangono pure,ma dicono due o tre parole, poi hanno il conforto dalle altre persone per bene e si rassegnano. La diffusione del lamento varia anche in rapporto all’arretratezza e all’isolamento della comunità: praticamente scomparso nei capoluoghi di provincia e nei grossi centri di Melfi, Rionero, Laurenzana, Moliterno, Lagonegro e Lauria, persiste nei villaggi sulle alture che si affacciano sulle vallate del Bradano, del Basento, Cavone,dell ‘Agri;del Sinni e del Sarmento,nei comuni di Avigliano,di Bella,di Ruoti e di San Fele,e in alcuni villaggi particolarmente isolati come Pietrapertosa e Castelsaraceno. Eccezionalmente si impiega il lamento funebre in occasone di un equivalente critico della morte,come la partenza per il servizio militare o per l’America. Senza riscontro l’impiego del lamento in morte di animali, come pure scomparso è il lamento rituale della sposa prima di lasciare la casa dei genitori.  Il lamento funebre femmiile costitiusce la regola, e quello maschile l’eccezione,tuttavia in qualche villaggio la sopravvivenza del lamento maschile è meglio rappresentata come in San Giorgio Lucano,dove gli uomini dicuore molle lo praticano ancora.  Documento di tale sopravvivenza è un lamento di fratello a fratello da noi raccolto e registrato appunto in San Giorgio Lucano. In rapporto al fatto che il lamento funebre appare oggi un istituto culturale in via di rapido dissolvimento,la sua diffusione è maggiore fra le donne anziane o di media età. La coscienza di tale illusione è diffusa negli stessi ceti popolari,come prova la seguente dichiarazione di una vecchia contadina di Craco . Ai miei tempi le donne tenevano le trecce sempre raccolte e quando c’era un morto se le scioglievano, ma ora tutte tengono i capelli già sciolti,come se stessero sempre a piangere, e invece non piangono più.

Video di Luigi Di Gianni Lungo i percorsi di Ernesto De Martino parte I

Le lamentatrici di Senise un tempo famose,erano chiamate nei paesi vicini a fornire le loro prestazioni molto apprezzate e altrettanto e da dirsi per quelle di Pisticci e di Qualche altro villaggio.Le lamentatrici professionali non vanno confuse con le amiche e le comari che accorrono al lutto e si associano al lamento.Si tratta di donne che colgono l\’occasione di un lutto per rinnovare il lamento per qualche proprio morto:mostrano in ciò uno zelo particolare le madri che hanno perdute un figlio in giovane età e per morte violenta,e soprattutto le vedove.Alcune di queste donne duramente provate dalla morte e da altre sciagure diventano ciò che potremmo chiamare delle vere e proprie "lamentatrici per professione"che volentieri accorrono a tutti funerali quasi che il lamentare fosse per loro un bisogno e come se i lutti altrui fossero una buona occasione per riprendere a tessere il filo di un lamento soltanto interrotto.

Il lamento funebre lucano presenta qualche influenza cristiano-cattolica nella forma sincretistica tipica del cattolicesimo popolare.In generale non vi appaiono nè Gesù,nè la Madonna,nè i Santi,nè la rassegnazione al dolore,nè la speranza in un mondo ultraterreno nel quale siano riparati il male e il dolore della vita umana.La ribellione e la protesta di fronte alla morte vi hanno un posto preminente e non recedono davanti a nessuna autorità,neanche a quella di Cristo,che in un modello ricorrente è accusato apertamente di tradimento: Oh,ce tradimente ha fatte Gesù Cristo. L’orizzonte mitico entro il quale si muove il rituale lucano è ancora sostanzialmente pagano, e lo stesso al di là si configura come un mondo che continua in forma larvale ed evanescente il mondo nel quale viviamo. I morti continuano le abitudini che ebbero da vivi, come risulta implicitamente da questo lamento di Pisticci: Gioacchine mei ,beni di la sora. Ce morte subitanea, beni di la sora .O ce mane pregiate ca tenivi,beni di la sora. Quanta fatia hai fatt a ssi mane, beni di la sora. E mò t’agghie mise int’a la cascia,beni di la sora:dò cammise iune nova e iune arreppezzata,beni di la sora;la tuagghia pi annettà la faccia a cure munne,beni di la sora;e dò pare de calzunitte iune nove e iune c’à pezza ‘nculo,beni de la sora.E po t’agghie mise la pipa pe fumà,beni de la sora,ca tu jere tant’appassiunate pi lu fume, beni di la sora. E mò pe ci t’agghia mannà lu siere a cure munne,beni di la sora?  Gioacchino mio,bene della tua donna,che morte improvvisa,bene della tua donna.Oh le mani pregiate che avevi.Quanta fatica hai fatto con queste mani,bene della tua donna: E ora ti debbo dire che cosa ti ho messo lella cassa,bene della tua donna: due camicie,una nuova e una rattoppata,bene della tua donna;la tovaglia per pulirti la faccia all’altro mondo,bene della donna tua,e due paia di mutande una nuova e una con la toppa nel sedere; e poi ti ho messo la pipa, bene della tua donna, che eri tanto appassionato del fumo, bene della tua donna. E ora per chi debbo mandarti il sigaro all’altro mondo, bene della donna tua. Il caro Gioacchino continuerà dunque a condurre una vita non molto dissimile a quella di un contadino lucano:continuerà a peregrinare con la sua camicia e le sue mutande rattoppate, e per i giorni festivi avrà pronta la muta nuova, e fumerà la pipa e il sigaro, e suderà per caldo o per fatica,e si asciugherà il sudore con la tovaglia: vien quasi voglia di pensare che lo scenario nel quale egli da ora in poi si muoverà non sarà troppo dissimile dai calanchi della sua Pisticci. Da: Morte e pianto rituale nel mondo antico. di Ernesto De Martino editore Boringhieri.

Nel video che segue Luigi Di Gianni Lungo i percorsi di Ernesto De Martino parte II