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Nabil Zaherh
Nabil Zaher

Aliano (MT) – La XVIII edizione del Premio Letterario Carlo Levi (Aliano, 31 ottobre 2015) vede premiati, oltre a Nabil Zaher per la sua tesi di dottorato, Giuseppe Colangelo con il romanzo Creta rossa per la sezione regionale e per la letteratura nazionale Giuseppe Catozzella e Vinicio Capossela, rispettivamente con Non dirmi che hai paura e Il paese dei Coppoloni. Per la sezione riservata agli autori stranieri si riconferma Tahar Ben Jelloun, impossibilitato a ritirare il Premio nell’anno precedente. La tesi di dottorato, Riflessi del Mezzogiorno nell’opera narrativa di Carlo Levi, prodotta da Nabil Zaher presso la Faculté des Lettres, des Arts et des Humanités de La Manouba, è un lavoro ponderoso, che lumeggia le molte sfaccettature della versatile personalità di Carlo Levi attraverso l’indagine accurata della formazione umana e delle idee che ne ispirarono l’impegno politico e l’attività narrativa.

colangelogius--392x260Giuseppe Colangelo è nato da genitori stiglianesi a Eva Peron in Argentina nel 1952 e vive da molti anni a Milano, dove insegna Storia del Cinema presso L’Accademia di Comunicazione. Collaboratore come giornalista free-lance di diversi quotidiani e riviste (L’Unità, Oggi, Airone, Qui libri), ha pubblicato numerosi saggi di storia e di critica cinematografica, fra i quali qui si ricordano I sentieri del cinema, Ciak, si abbaia!, Io … Marilyn. La vita, il cinema, il glamour.
Creta rossa è, dopo La freccia di mezzanotte, il suo secondo romanzo e vede protagonista Franco Tancredi, un sottufficiale dei carabinieri in pensione, tornato a Stigliano, il paese natale abbarbicato sulla montagna materana, per indagare sulla misteriosa morte del fratello Andrea. Egli si ritrova dopo molti anni di assenza in un paese, dove la vita pulsa monotona e sonnolenta. Anche qui, però, sta irrompendo la modernità, che in maniera disordinata e contraddittoria si propone con nuovi miti e seducenti illusioni, mentre a fatica resistono le tradizioni della civiltà contadina, fatta di superstizioni, magie e insopprimibili valori.

Di grande pregio le due opere che si sono imposte per la letteratura nazionale: Non dirmi che hai paura e Il paese dei Coppoloni. Nella prima, che nel 2014 si è aggiudicata il Premio Strega Giovani, protagonista è Samia, un’esile ragazzina che, ancora uno scricciolo, sembra essere nata per correre. Incoraggiata dal padre Yusuf e da Alì, inseparabile compagno di giochi, sogna di diventare presto la donna più veloce di Mogadiscio, non ostanti le enormi difficoltà dovute al fatto di vivere in una famiglia povera e in una città dilaniata dalla guerra civile.  Le prime incoraggianti vittorie le consentono di partecipare alle Olimpiadi di Pechino nel 2008, a soli 17 anni. Sembrano ormai schiudersi per la giovane somala le porte della consacrazione definitiva con la possibile partecipazione alle Olimpiadi di Londra del 2012. Per questo, decide di fuggire in Europa e di affrontare l’allucinante odissea del “Viaggio” che, attraverso l’Etiopia e il deserto del Sahara e sempre in balia di spietati trafficanti di esseri umani, la porta in Libia. E’ vicina ormai all’agognato traguardo, ma il grande sogno bruscamente svanisce, inabissandosi nel mare, mostro feroce che divora amori speranze memorie. Sullo sfondo della commovente storia di Samia è rappresentata la tragedia di un Paese tormentato dalla miseria, dalla guerra, dalla fuga di folle di disperati. Un Paese, dove non si può neppure avere paura, perché «la paura è un lusso della felicità».

Catozzella Giuseppe
Catozzella Giuseppe

L’autore di Non dirmi che hai paura, Giuseppe Catozzella, è nato a Milano nel 1976, dove lavora. Editor della Feltrinelli e collaboratore di diversi giornali, tra cui L’Espresso e Sette, oltre che del noto programma televisivo Le Iene, ha tenuto lezioni alla Columbia University di New York e alla UM University di Miami. Al suo attivo, il libro in versi La scimmia scrive, e due notevoli romanzi: Espianti, in cui si tratta il triste fenomeno del traffico di organi in India, e Alveare, una incisiva inchiesta sulla ‘ndrangheta, divenuta sempre più invasiva e letale, soprattutto nelle ricche regioni settentrionali.

Vinicio Capossela, nato da genitori irpini nel 1965 ad Hannover, città tedesca della Bassa Sassonia, è cantautore e scrittore di successo. Ha già pubblicato Non si muore tutte le mattine, un romanzo atipico ambientato nel grigio paesaggio milanese, e Tefteri. Il libro dei conti in sospeso, narrazione di un viaggio in Grecia nell’anno del disastro finanziario. Queste due opere già testimoniano quanto la scrittura di Capossela sia impregnata di epos letterario e popolare e sia influenzata dalla mitografia di Ernesto de Martino e di Carlo Levi, oltre che dalle opere di autori classici di varia epoca, da Omero ad Ariosto a Italo Calvino.

Capossela
Copertina Capossela

Nel libro Il paese dei coppoloni, i personaggi, ispirati alla realtà o di pura invenzione e indicati per nome o per stortonome, «sono così straordinari da andare oltre le possibilità d’invenzione». E vivacizzano una narrazione resa avvincente da una prosa «impastata con la zanga del dialetto» e ritmata su un suo interno spartito, che diventa a tratti melodiosa poesia.  I segni distintivi dell’opera sono già racchiusi nell’incipit, che vede protagonista Scatozza, uno strambo camionista, il primo di una miriade di personaggi singolari in cui s’imbatte l’Aggirapaesi, il viandante narratore affamato di storie. Nel quale non è difficile riconoscere l’autore stesso che ama mietere con la falce i racconti della gente e li raccoglie «in fascine, per bruciarli dove non arde più brace, se mai possano ancora scaldare, se a qualcuno abbisogna». Sulla scia di Scatozza persone dai nomi più stravaganti (Mandarino, «pascitore di uomini» e padrone di terre, Pacchi Pacchi, Cazzariegghio l’aggiustaossa, Camoia il brigante, la Totara oracola, il sardonico Ruspa, il sognatore di sogni Testadiuccello, Vituccio il Conserviere, il loquace barbiere Sicuranza il Veloce, cultore della lingua paesana antica e di fantasmi) entrano in scena e propinano le loro storie buffe o patetiche, vere o surreali, e spesso non prive di popolare saggezza. Non mancando di fornire spunti per scavi preziosi fra i tesori di musiche popolari e per affondi amari nell’attualità brutalmente segnata dagli effetti devastanti della modernità.
L’autore dà vita così a un policromo universo di varia antropologia e a una rappresentazione icastica dei paesi irpini incistati nella costa, dove spicca in alto, a lambire il cielo «come una stella polare», quello dei Carianesi che, col caldo o col freddo, «portano in testa grosse coppole di panno e non si curano di niente».

Ben Jelloun
Ben Jelloun

Ben Jelloun è nato nel 1944 a Fès, città santa adagiata in una fertile vallata del Marocco settentrionale e famosa per la sua medina, la parte storica della città araba, oltre che per essere sede della più antica Università del mondo. Dopo gli studi di filosofia all’università di Rabat, si trasferisce in Francia e nel 1975 consegue alla Sorbonne di Parigi il dottorato con una tesi di psichiatria sociale sulle condizioni di vita e di lavoro degli immigrati nordafricani in Francia.  Si afferma, da allora, come uno degli intellettuali e scrittori più autorevoli con una serie sterminata di saggi, romanzi e poesie, scritti in lingua francese e tradotti in tutto il mondo. Basti ricordare L’estrema solitudine; Notte fatale; Dove lo Stato non c’è, una raccolta di racconti ambientati nel Sud dell’Italia; Il razzismo spiegato a mia figlia, un testo breve ma di grande valenza pedagogica, che è valso all’autore un significativo riconoscimento dell’ONU. Collaboratore in Francia del prestigioso Le monde e in Italia de la Repubblica e l’Espresso, Ben Jelloun recentemente si è fatto apprezzare anche come pittore, tenendo una prima mostra al Museo San Salvatore in Lauro a Roma e realizzando tre affreschi per il Museo di Lipari. Emblematiche della sua intera produzione letteraria sono, oltre le opere già citate, i romanzi La réclusion solitaire, in italiano Le pareti della solitudine, del 1976, L’enfant de sable, Creatura di sabbia, del 1985 e Partir, Partire del 2007.

Nel primo, un romanzo animato da una forte tensione civile e da rara potenza espressiva, Ben Jelloun tratta il tema dell’immigrazione. Immedesimandosi nel protagonista Mômo e condividendone le tristi condizioni di lavoratore e di malato, egli mostra come il mondo sia attraversato da una drammatica crisi globale, non generata dall’opposizione fra Nord e Sud, ma fra ricchi e poveri. E assegna alla letteratura non una funzione salvifica, ma l’irrinunciabile compito di «far riflettere e di dimostrare l’assoluta ignominia del razzismo». Creatura di sabbia, invece, racconta la storia di Mohamed Ahmed. E’ una bambina, nata dopo sette sorelle, che il padre, un ricco vasaio, destina ad essere comunque “maschio”, per impedire il saccheggio del patrimonio accumulato. Questa identità, costruita e obbligata, produce effetti paradossali, turbamenti e violenze. Il libro, che è anche una vigorosa denuncia contro la condizione di subalternità delle donne, è caratterizzato da una narrazione polifonica ed onirica, sospesa fra invenzione, tradizione e memoria in una incantata atmosfera di fiaba orientale.
Partire, infine, è uno stupendo affresco realizzato con una scrittura densa e poetica. Tema dominante è il forte malessere dei giovani, impazienti di fuggire dall’Inferno del Marocco, maledetto dal cielo e violentato dagli uomini, per rincorrere i sogni nel chimerico eldorado d’Europa.