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Taranto,foto da internet
Taranto,foto da internet

Taranto, 2013-05-24 – Dopo la tesi di laurea su “Romeo e Giulietta nella danza del Novecento”, ritorna la cartella “I Dialetti del Sud” curata con attenzione dall’Associazione, sempre attenta a “leggere” e salvaguardare un passato che appartiene a tutte le generazioni. Per questo, nell’appuntamento che vedrà il poeta Domenico Semeraro e il lettore Roberto Missiani declamare liriche in lingua tarantina, Antonio Fornaro, studioso e appassionato di storie e tradizioni legati alla “tarantinità”, traccerà un excursus sulla valenza culturale del dialetto nella città jonica. Il relatore porrà l’accento su quelli che sono stati i vari contributi lessicali, nel corso dei secoli, dei popoli greci, latini, arabi, francesi e spagnoli sul dialetto tarantino. A termine della sua relazione Antonio Fornaro accennerà a tanti prodotti del mare, alcuni ormai scomparsi, ma noti con termini dialettali. L’appuntamento dei “Venerdì Culturali di Presenza Lucana” e si svolgerà presso la sede di Via Veneto 106/A a Taranto con Ingresso libero, inizio ore 18.15. Metafore e proverbi, a volte, sono tutto ciò che rimane di dialetti. In ogni borgo della Basilicata si parlavano lingue, alcune volte, molto diverse. Questo avveniva anche per scarsa via di comunicazione poiché i paesi erano posti sulle colline e non avevano quell’arricchimento lessicale prendendo ed esportando lemmi. Per questo capitava che in luoghi distanti solo pochi chilometri si parlassero lingue e si usassero forme dialettali diverse. Era importante, negli anni cinquanta, quando fu indetto un corso di alfabetismo a largo raggio anche con scuole serali, parlare una lingua che fosse compresa anche da altri. Nelle scuole elementari il distacco dal dialetto, per l’apprendimento della lingua italiana, alcune volte era un qualcosa di veramente difficile e traumatico; le “bacchettate” ricevute sulle mani a ogni forma di espressione dialettale erano il contributo da pagare per apprendere una lingua nuova: l’italiano.

Per metafore esasperate si può affermare che il dolore subito era il prezzo che pagavamo per la cancellazione di lemmi che erano resistiti e si erano formati foneticamente nel corso dei secoli. Il dialetto che si parlava nei paesi della nostra penisola, poco per volta è stato cancellato, per cedere il posto a una sola lingua quella italiana. La metamorfosi in Europa e nel mondo continua. Altri idiomi stanno scomparendo per unificare un’unica lingua mondiale, l’inglese. Che cosa resta di tanti dialetti che erano alla base della cultura popolare? Poco o niente. Si salvano e si ricordano pochi vocaboli che tramite aforismi sono stati tramandati. Io per esempio ricordo un proverbio che mi è servito molto nella formazione culturale e sociale e che porto sempre con me come retaggio di una lingua che ormai si sta spegnendo anche nella mente raccontatomi da mia nonna: “Quanne ‘u stiavùcch vaje e vène l’amicizie se mantène”. Questo detto “il dare e l’avere” (vaje e vène) lo porto sempre con me e cerco di realizzarlo con i tanti amici che vanno e vengono esportando e ricevendo anche il sapere nella nostra Associazione.

Il dare e l’avere dello “stiavucche”, borsa di panno in cui erano avvolti gli alimenti, sono la metafora della vita che viviamo quotidianamente. Quando il dare e l’avere si blocca la vita, si ferma. “Bisogna affrettarsi a raccogliere ciò che proprio è caratteristico dei dialetti, prima che questi si alternino in modo da perdere quasi tutta l’impronta nativa.” Questo lo diceva il giornalista e deputato Carlo Tenca vissuto nel XIX secolo. C’è da dire che dopo la totale istruzione scolastica, il dialetto non è più valutato come lingua dei ceti più bassi, tant’è che si sta cercando di recuperarlo, già con letture nelle scuole. Oggi sapere usare, scrivere in dialetto è da considerare una ricchezza, un privilegio che accresce il valore culturale in chi lo pratica. E’ questo il motivo per il quale si è avuto, negli ultimi anni, una crescita di studiosi del dialetto. Grazie a questo lavoro di ricerca vocaboli, ormai desueti, sono stati ricordati e ricollocati in dizionari creati nei singoli paesi. Domenico Semeraro è una delle voci più spontanee della lingua tarantina. Le sue liriche trattano momenti di vita anche attuali con un linguaggio alla continua ricerca, nei meandri della sua memoria, di lemmi antichi che poco per volta tendono a essere cancellati.

 

Articolo di Michele Santoro