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Atanasio Pizzi
Atanasio Pizzi

Ginestra, 2014-01-17 – “È diventato un luogo comune-riferisce l’architetto Atanasio Pizzi, nativo di Santa Sofia d’Epiro, centro di etnia arbereshe della provincia di Cosenza (all’età di sei anni cresce in un ambiente sociale tipico dei paesi albanofoni degli anni cinquanta del secolo scorso, all’età di sei anni, in grado di esprimersi in lingua arbereshe fu bocciato in prima elementare dal maestro non assoggettato alla legge degli alloglotti che lo riteneva muto.

Risiede a Napoli dove svolge l’attività di architetto, ma non disdegna il suo amore per l’arbereshe. Ha creato un suo sito: “Sheshe i Pasionatit”) – la tesi secondo cui l’arberia non esiste più e dei suoi antichi valori è rimasto ben poco; ndë katund, nëng qëndroi faregjë, questa è la frase più ricorrente che solitamente si pronuncia e dimostra l’esatto contrario. Tutti i paesi minoritari d’arberia vivono quest’anomalia che scaturisce, dal fatto che il modello consuetudinario, costituito di gesti e oralità, va semplicemente ereditato e non ostinatamente tradotto in anomale forme scritte.

La sostenibilità della minoranza arbëreshë, oggi, proprio grazie a questa tendenza appare confusa e l’inquietudine che ne deriva scaturisce dalla mancanza dell’idonea sostenibilità istituzione, culturale e politica atta a dare chiarezza agli aspetti storici, sociali e più intimi del modello minoritario. La storia Italiana che s’interseca con quella arbëreshë dal millequattrocento, ci fornisce, sino al XIX secolo, figure di spessore che sono state di riferimento per consolidare i dettami dell’etnia e senza anomalie, purtroppo, è da oltre due secoli che non abbiamo avuto più figure emblematiche sia politiche che culturali, capaci di evitare il diffuso barcamenarsi attorno a quei solidi luminari.

È da qualche decennio ormai che si è diffusa l’abitudine di auto-eleggersi cultori e procede impunemente senza riferimenti, ormai il libero arbitrio ha preso il sopravvento; si rivestono le figure più variegate senza riscontri storici, tutti accumunati da una caratteristica sostanziale, in altre parole, rilanciare, valorizzare e promuovere nella maniera più incauta le pertinenze minoritarie.
Sono propinati alloctoni percorsi storici, rievocati senza alcuna logica e molte di queste sono di origine indigena, in ultimo anche la Protezione Civile in emergenza, ha propinato la delocalizzazione di un intero agglomerato con la relativa Gjitonia depositata al suo, interno(??).

Non è plausibile ritenere che la storia degli albanofoni d’Italia abbia avuto inizio dopo il decennio francese, tralasciando i primi tre secoli di patimenti e gloria, chi racconta e chi crede a queste favole, non sono persone che perseguono il fine della difesa e del rilancio della minoranza arbëreshë. La storia della rinascita albanese ha inizio grazie alla caparbietà e perseveranza di Samuele Rodotà, il quale con l’istituzione del collegio Corsini nel 1742, offrì un duplice canale di formazione, ecclesiastico e culturale per gli albanofoni, oltre ad aprire una finestra di dialogo con le religioni dell’est. In questa piccola cellula di formazione alla fine del XVIII secolo, Pasquale Baffi, ne vide le potenzialità, utili al rilancio culturale del meridione e assieme ai Mons., F. Bugliari e D. Bellusci, trasferì il collegio in una struttura più ricca e utile a dare linfa culturale a tutto il meridione.

Il trasloco del presidio, religioso e culturale, fu pianificato in ogni suo piccolo dettaglio, prevedendo persino l’eventuale dipartita di uno di loro, che poi avvenne per opera di persone che ignoravano gli aspetti più elementari della cultura e della politica dell’epoca, ma non solo loro, infatti, ancora oggi questo aspetto è ignorato da molti cultori e addetti che vedono il trasferimento come una mera operazione di mercato immobiliare. Infatti, ancora oggi si omette di citare come riferimento prioritario della storia culturale e politica degli albanofoni, nomi quali, il Rodotà, il Corsini, il Baffi, Il Bugliari, il Bellusci, il Giura, il Secondo vescovo di Santa Sofia d’Epiro, Giuseppe Bugliari e si riferisce di personaggi di poco rilievo o di frammenti della storia che non portano alcuna utilità al bene della comunità, ma servono solamente a riscattare con impropri argomenti la parte sterile d’arberia.

Negli ultimi decenni ci si era illusi che grazie alle leggi emanate dal legislatore italiano si potesse cambiare questa tendenza, ma purtroppo così non è stato, poiché una nuova ricaduta ha minato il benessere e il rilancio del modello arberia, valorizzando soluzioni alloctone e non ponendo alcuna fiducia in quello originale ritenendolo di poco interesse per i canali turistici.
Vero è che nulla è stato fatto se non manifestazioni senza significato e prive di rilevanza storica, d’altronde come poteva essere diversamente, giacché, si trascina un’anomalia sostanziale che scaturisce dalla mancanza di riferimenti del modello originario arbëreshë.

Non si può fare conservazione e difesa di una cultura minoritaria, se di essa non si conosce quali siano i cardini prioritari e le emergenze da salvaguardare, per cui si assiste negli ultimi decenni a un fermento d’iniziative che definire la Babele d’Arbëria.
È pur vero che i cinque secoli di consuetudini sono affidati a carismatici e silenziosi conservatori come lo fu l’autorevole Mons. E. Fortino, che a scapito del luogo comune, nëng qëndroi faregjë; diceva: l’arbëri si rinnova ogni volta che due o più albanofoni si fermano a conversare”.
Lorenzo Zolfo