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Lettere emigranti-Diario di Giuliano

Giuliano L. di Accettura per sfuggire alla miseria del paese,è incappato nella tragedia dell’emigrazione;se fosse rimasto in paese avrebbe arricchito il numero dei disoccupati,perchè l’istituto professionale che ha frequentato per due anni,non è’ riuscito ad insegnargli alcun mestiere.Ha imparato fuori della scuola,un pò per volta lavorando in Germania.

Diario di Giuliano

” Sono un giovane di 22 anni e siamo in numero di 6 persone a casa io unico maschio,tre sorelle e i genitori.I miei genitori mi hanno dedicato all’agricoltura fin da piccolo;ed io andavo in campagna anche quando facevo le scuole elementari e la scuola media.Non avevo tutti i libri che servivano nè io davo importanza alle cose che mi dicevano a scuola.Mi piaceva il gioco del pallone e mi piaceva leggere i fumetti d’amore e d’avventura.Al mio paese hanno aperto il cinema ma quasi sempre non funziona;meno male che esiste la televisione.Qualche volta ho guardato qualche giornale ma senza interesse;non mi sono mai occupato di politica.I miei genitori si sono molto sacrificati per andare avanti;lavoravano molto ma alla fine non c’era quadagno e non si sapeva come tirare avanti.Dal 1962,quando io avevo 10 anni,mio padre è emigrato in Germania ed è stato allora che si è potuto andare avanti.Quando mio padre veniva dalla Germania diceva che basta lavorare una settimana in Germania per avere il guadagno di tutta la vita di Accettura.Io allora domando “Non si lavora troppo in Germania?” e mio padre mi diceva che non si lavora troppo ma si fanno molti sacrifici per risparmiare e mandare i soldi a casa.Io allora non volevo finire le scuole medie,perchè volevo andare anch’io in Germania,ma mio padre mi disse che dovevo finire le scuole,perchè con la patente della scuola si può stare meglio e si avere anche un impiego.Quelli che stanno al municipio,alla posta,quelli che passeggiano per le strade in città,hanno preso la patente della scuola.Mio padre disse”devi studiare e poi si vede.”Dopo aver finito le scuole medie feci due anni di corso elettromeccanico,dove non imparai quasi nienteE non mi volevano prendere al lavoro,non c’era lavoro;e dicevo sempre coi compagni”come dobbiamo fare?”.Decisi di andarmene in Germania assieme a mio padre.Purtroppo per me sembrava di andare in divertimento:ma vedevo mio padre che piangeva e io dicevo “perchè piangi? mica andiamo a fare la guerra” e quello mi diceva”per te che è la prima volta,non ti sembra niente:ma quando arriverai in Germania vedrai”.Purtroppo è stato così.Finalmente arrivai in Germania non sapevo dove fossi arrivato,perchè era tutto diverso,un ambiente diverso dal nostro anche per il clima che è umido.Quando sentivo parlare dicevo “ma che dice questa gente?”.Il secondo giorno presi lavoro ma non mi pareva un lavoro forzato anche se era da manovale.Non mi dicevano “se entro mezzogiorno non avrai finito il lavoro poverio te”,ma dicevano di farlo bene e di essere preciso nel lavoro per non farlo due volte.Dapprima le giornate mi parevano lunghe,forse perchè ero nuovo di quell’ambiente.Quando uscivo e camminavo da solo,non facevo altro che desiderare di stare e di parlare con qualche amico,per poterci anche divertire.Ma non sapevo parlare e anche le prime volte,quando adavo a fare la spesa per mangiare,quasi mi vergognavo perchè non sapevo che dire,non sapevo quanti soldi dovevo dare.Ma non fu poi difficile.Anche se non capivo,nessuno se ne approffittava dei miei soldi;nessuno ne prendeva di più come fanno in Italia con gli stranieri.Poi in Germania ho trovato un punto di vantaggio perchè,man mano che imparavo a parlare la lingua straniera,mi facevano fare lavori più leggeri e mi aumentavano la paga.Avevo quindi più accanimento a restare.E sapendo parlare,quando uscivo incontravo qualche ragazza;e parlavo e stavo insieme.Avevo dapprima troppa fiducia di noi italiani ma noi non siamo stati troppo educati verso di loro. Ciò che ho notato da primo giorno che ho trovato lavoro è che sei rispettato in tutte le cose, quando lavori. Ma se per caso succede qualche disgrazia sul lavoro o qualche incidente stradale, non pare che sentono dispiacere e non piangono; sia se la disgrazia capita agli italiani sia se capita ai tedeschi. Dicono sempre “non serve a niente; è lo stesso”. Non piangono neppure per i figli che tengono costretti a casa con i genitori fino a 15 anni e poi dicono “se vuoi stare con noi devi andare a lavorare e ci devi pagare tanto al mese”. In certo senso è giusto perchè il lavoro c’è e si può guadagnare per vivere meglio. Purtroppo a questo pensano i tedeschi e non si sacificano come gli italiani che pensano sempre per il domani. I tedeschi vivono alla giornata, pensano a comprarsi solo le cose e a star bene, come l’automobile, e poi non pensano che a mangiare e a bere, senza mettere un soldo da parte; perchè loro si fanno il conto che domani dobbiamo morire e, perciò non dobbiamo lasciar niente a nessuno. I tedeschi non fanno come facciamo noi che pensiamo ad accumulare sempre e un bel giorno arriva la morte e lasciamo l’eredità ai fessi che devono litigare per avere la parte migliore. Poi c’è una differenza anche nel mangiare, perchè i tedeschi mangiano come gli americani, tutta roba fredda; noi vogliamo sermpre il piatto caldo di pasta. Sono molti i sacrifici di noi emigrati. Finito il lavoro, devi fare la donna per preparare da mangiare la sera, per lavare i piatti e i tegami. Quando arriva il sabato e ci cambiamo la biancheria, dobbiamo lavarci quella sporca; perchè se la mandi a lavare fuori con le macchine, non ce la fai con i soldi. Di domenica si va trovare qualche paesano; e si parla del paese, delle chiacchiere paesane, dei parenti, degli amici. Si leggono le lettere della famiglia, si scrive al paese. Si và qualche volta in qualche locale a bere la birra e siamo contenti di essere rispettati e di avere soldi; ma se parliamo o se pensiamo al paese e alla famiglia ci viene da piangere. Così io sono stato in Germania fino al 1970, venendo in Italia per stare in paese tutto il mese di Agosto ogni anno. Nel 1970 sono tornato in Italia per fare il servizio militare a Bari e a Gioia del Colle, per quindici mesi. Ora sono costretto a ritornare in Germania. Devo ancora lavorare molto per mettere soldi da parte per farmi una casa, in Accettura, e per sposarmi con una ragazza con cui sono fidanzato. Quest’anno dicono che forse ci faranno tornare tutti in Italia per farci votare. Io verrò se mi pagheranno il biglietto ferroviario. Non sò per chi devo votare ma ce lo diranno; non sono di alcun partito. Quando stò in Germania non sò se qualche autorità Italiana viene a vedere i nostri cantieri di lavoro; non sò se si interessano di noi.Queste non sono cose nostre, perchè noi dobbiamo pensare solo a lavorare per guadagnarci il pane”.

Da questo diario traspare il fatto drammatico dell’emigrato che non riesce ad inserirsi nella società industriale e non è più in condizione di rientrare nel mondo contadino. Qualcuno ha felicemente osservato che quando una situazione di questo genere è comune a milioni di persone, emigrate dal Sud, dovrebbe essere valutata per quello che veramente è : una autentica tragedia nazionale. Gli emigranti che sono tornati a casa, spinti dalla disoccupazione e dalla nostalgia non hanno più trovato lavoro. Molti dei lavori manuali in cui essi espertissimi, non esistono più al Sud; e nelle città industriali ovviamente non servono: ferrare un asino, un cavallo, o un mulo, fare il fabbro ferraio, arare il campo, seminare, potare un albero, cavare tufi e dargli forme diverse a seconda delle esigenze, fare il ramaio, il tintore, il tessitore, lo scalpellino o il maestro d’ascia. Il mondo contadino, descritto da Carlo Levi, si è sfaldato nel giro di pochi anni.Esempio singificativo è quello dei sassi di Matera. Le grotte in cui vivevano i contadini in miseria ma uniti, solidali e fiduciosi nella religione della famiglia e del vicinato, non ci sono più, perchè in buona parte sono state murate e altre sono crollate.In proposito và detto che l’assenza di famiglie che, prima, attendevano ai lavori di riparazione e di manutenzione delle grotte, costituisce anche un pericolo per la parte pianeggiante della città, a causa delle sotterranee infiltrazioni delle acque piovane,che, non sono più incanalate e disciplinate dall’uomo, minacciano la stabilità dei palazzi e delle strade del piano che si affacciano ai sassi. Non si tratta di proporre il ritorno alle grotte malsane, ad un economia agricola e pastorale. Ma sarebbe forse giunto il momento di fare un consuntivo per stabilire, anche in termini umani e non solo economici se i contadini e gli artigiani che abitavano nelle grotte dei sassi, stanno meglio o peggio, a seguito della disoccupazione che incalza nelle fabbriche e costringe gli emigrati meridionali a un fenomeno di vero e proprio nomadismo.

Tratto da Sud Antico e Nuovo di Francesco P.Nitti