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L’emigrante

E’ risaputo che i meridionali,anzichè tentare di modificare le condizioni economiche sociali dell’ambiente arretrato in cui vivono sono fuggiti e fuggono dai loro paesi.Fino al 1956 i contadini avevano sperato,come i loro avi,nella terra e nella riforma agraria. Scoperta,successivamnete,la regola liberale della domanda e dell’offerta,hanno scelto la via dell’emigrazione per conseguire un reddito superiore a quello che potevano realizzare nei loro paesi.Tra emigrazione permanente,stagionale,temporanea verso l’estero,ed emigrazione dal Sud al Nord,pare che sia di cinque milioni il numero dei meridionali che ,in questo dopoguerra ,hanno abbandonato le regioni meridionali in cerca di un lavoro e di un reddito migliore.Dapprima sono partiti i disoccupati,i braccianti,i contadidni poveri dei paesi di montagna;poi sono partiti anche gli operai qualificati e specializzati,i professionisti,i giovani dotati di qualifica professionale.Quanto alla fuga degli intellettuali da Sud “l’esodo delle intelligenze” è un fatto di sempre,remoto e attuale;se n’era occupato anche Gaetano Salvemini.Questo esodo emigratorio ha depauperato le regioni meridionali:è cominciato dalle zone montane si è esteso poi alle zone collinari e pianeggianti.Si contano a centinaia i paesi dove sono rimasti soltanto donne,vecchi,bambini e maestri elementari disoccupati.Ogni volta che siamo ornati nei paesi dell’alto Materano (Oliveto Lucano,S.Mauro Forte,Accettura,Cirigliano,Aliano,Stigliano)abbiamo trovato i paesi e le campagne sempre più spopolati.Accettura aveva cinquemila abitanti,ora ne ha meno di tremila.Cirigliano contava più di mille abitanti ora ne ha duecento.Stigliano era arrivato a circa diecimila abitanti,ora ne ha poco più della metà.Forenza aveva circa settemila abitanti,ora ne ha la metà.In Basilicata si è trattato di una perdita di oltre trecemtomila unità su circa un milione di abitanti;e non sono stati sempre i più poverti ad andarsene,così come si è detto,ma i più intraprendenti,sicchè con la Calabria la nostra regione detenie il massimo grado di” depressione generale”.

Si consideri che la regione è rimasta, sotto molti aspetti,immutata rispetto ai primi anni del secolo. Con l’emigrazione si va distruggendo tutto un patrimonio di credenze,di costumi,di tradizioni popolari e con esse tende a scomparire tutto un modo di vivere civile:tutto ciò significa anche che la crisi definitiva e struurale nell’organizzazione tradizionale dell’agricoltura meridionale.Il fatto che siano abolite certe superstizioni non è un male.Non dobbiamo cadere nell’eccesso di considerare tutta la vita dei contadinicome cosa da salvare.Ci sono cose da proteggere,ma fra queste non è l’aricoltura basilicatese.Tuttavia va riconosciuto che è stato infranto il vecchio equilibrio nelle campagne che,comunque,aveva assicurato unitarietà alle comunità contadine e la possibilità di una vita pacifica,anche se priva di slanci e di risorse,con un commercio primordiale ridotto allo scambio in natura;nè le popolazioni contadine sono riuscite ad assestarsi su posizioni di nuovo equilibrio.Non dubitiamo minimamente che,ai fini del benessere economico nazionale era indispensabile l’esodo rurale per abbassare la percentuale di popolazione agricola e facilitarne le emigrazioni professionali.Illuminante in tal senso risultava il Pietro Vanoni il quale,peraltro,nelle indicazione dei dati numerici aveva previsto l’esodo dalle campagne del Sud,in un decennio,di 600mila unità lavorative.Ora, a parte il fatto che si è superato notevolmente tale cifra,e a partire non sono stati solo i braccianti e i disoccupati,c’è da considerare che è venuto a mancare e il processo di riordinamento fondiario delle campagne del Sud e,fatto più grave,è mancata una politica per la migrazione.Una qualunque politica di disciplina del flusso migratorio,di istruzione professionale degli emigranti,di una loro educazione e incivilimento,al fine di un loro inserimento nei nuovi paesi di adozione.

Tratto da: Sud Antico E Nuovo di Francesco Paolo Nitti.