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Arcangela D.R.

Accettura

La sorte mi assegnò quale persona di servizio durante uno dei soggiorni estivi alla cantoniera di Montepiano sempre nel bosco di Accettura, Arcangela D.R. Quando si presentò, con tanto di pancia e una bambina paffutella condotta per mano, mi parve che avesse più di quarant’anni; ma mi disse di averne appena ventisette. La seconda sorpresa questa donna me la diede quando la vidi lavorare come un mulo, benché fosse solo ad un mese dal parto; una condizione che ella mi aveva taciuto. Neppure un cedimento o un segno di affaticamento nel lavoro. Si muoveva tutto il giorno con un agilità e un energia che non credo sia facile trovare in un’altra donna nelle stesse condizioni. Portava sulla testa un grosso barile d’acqua dalla fontana su per una scarpata ripida ed accidentata, lungo un centinaio di metri impettita e dritta come se portasse il Sacramento. E mi disse che da pochi giorni le avevano tolto l’ingessatura ad una gamba che si era rotta sul lavoro. Le domandai della sua famiglia. “Mio padre era di famiglia perbene”, – mi rispose – “uno zio è monsignore a Roma. Mio padre che da ragazzo aveva ucciso un uomo ma non fu carcerato perché aveva ragione, si portò via dalla campagna mia madre che aveva allora quattordici anni. Dopo molto tempo si sposarono ma era già nato Francesco il primo. Mio padre allora era molto ricco ma poi cadde in miseria, perché era sfaticato e si zillava (litigava) sempre. Mia madre invece è andata sempre lavorando per la campagna, ha cinquantasei anni mentre mio padre ne ha settantuno. Io lo ricordo che facevano sempre zelle (litigi) quando non c’era la ragione della moneta. Io sono andata a scuola per due anni, poi andai all’età di nove anni per la campagna per mangiare e vestirmi perché mia madre non aveva come fare. Fino a diciotto anni, quando mi sposai, lavorai e credevo di non dover più andare a lavorare ma poi ho lavorato di più in campagna e per il paese. Non ebbi nulla in dote dai miei e neppure mio marito aveva nulla ebbi qualcosa da uno zio d’America. Prima di conoscere mio marito, conobbi solo un altro giovane che voleva sposarmi, ma i miei si opposero perché aveva due anni in meno di mè. Il marito che ho sposato non ha voluto mai lavorare, peggio di mio padre quando gli chiedevo qualche soldo facevamo zelle e mi batteva. Voleva mangiare e non voleva lavorare. Ora sta quasi sempre con la madre e viene da mè quando gli piace; ha trentasette anni non ha fatto il servizio militare perché ha un fianco paralizzato. Ho avuto da lui quattro figli, uno è morto a quattro mesi di febbre perniciosa, un’altra di otto anni l’ho data ad una ricca signora di Taranto che tiene l’esattoria ma non ha figli mi disse che doveva darmi trecentomila lire per questa ragazza, ho avuto spese a crescerla ma mi ha dato poco e mi ha promesso che mi darà pochi soldi. Quest’altra bambina di quattro anni che tengo qui con me, la devo dare a due che sono stati a Stigliano e sono andati in America e non tengono figli e loro mi hanno mandato i soldi per passare la visita medica alla bambina a Roma; e devono pure mandare i soldi a me che io le spese le ho fatte”.

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Arcangela non mi aveva detto tutto; sapevo che mi nascondeva qualcosa. I miei amici di Stigliano che me l’avevano mandata a servizio vantandone le qualità di donna di fatica, mi avevano raccomandato di tenerla d’occhio “perché è capace di mettersi con tutti” ma alla cantoniera, nel cuore del bosco di Montepiano, non era facile seguire tutti i movimenti di Arcangela. Al secondo giorno che era venuta nel bosco all’ora di pranzo, Arcangela era sparita per andare a sciacquare la biancheria alla fontana; era stata fuori nelle ore più calde fino alle tre del pomeriggio lasciando a noi la sua bambina. Il giorno dopo, di buon mattino la vidi correre sulla strada mentre finiva di infilarsi la veste a cinquanta metri dalla cantoniera, là dove la strada fa gomito era fermo un carro agricolo; a destra e a sinistra erano i viottoli che immettono subito nel bosco. Si cacciò in fretta per uno di essi e scomparve fra gli alberi. Dopo pochi minuti riudii lo sferragliare del carro e lo scampanio del cavallo che riprendeva il camino. Qualche giorno dopo fu fatto un nome; sapemmo così con chi era stata Arcangela “un brav’uomo”, disse; è ricco e vorrebbe tenermi in campagna. Mi diceva sempre “chi te la fa fare a vivere questa vita; vieni a stare con me che trovi il piatto sicuro”. Ma io non ho mai voluto lasciare mio marito. E’ la mia croce e ognuno ha la sua pianeta. Tutto sta ora il bambino che mi nascerà abbia sangue e non sia bianco e anemico come il figlio di …. Nacque così perché sua madre guardò il sangue rosso di un pollo e l’acqua in cui era stato lavato del pesce”. Il discorso sulla scuola la faceva ridere molto. “Anch’io”, spiegò poi, “l’anno passato sono andata alla scuola serale in paese. Venne la signorina C. tutta elegante era diventata maestra, e mi disse per piacere di andare alla scuola serale per fare numero. Io dissi che avevo tanto fare con le bambine e che sono una donna che non m’importa più niente della scuola e mi facevo tante risate di andare a scuola. Ma quella mi promise di farmi avere qualcosa e ci andai. Mi portai il quaderno della mia bambina e dopo un mese non ci andai più. Che andavo a fare se non capivo più niente? Non mi dettero nulla”.

Accettura

“Per quale partito hai votato Arcangela?”. “Partito della croce, perché c’è uno zio monsignore”. “Vai in chiesa?”. “Quando ho tempo”. “E quando hai tempo?”. “Qualche volta la domenica ma è da qualche anno che non ho tempo”. “Credi agli spiriti?”. “Si;al mio paese si dice “la fattura” uno è morto per la fattura e uno è rimasto malato. Queste fattura le fa una donna che fa di soprannome V.F. Io non ho mai visto gli spiriti; ma tutti lo dicono che ci sono e si fanno perciò le fatture. Quella donna fa certe buste come se fossero “Pinnole”(pillole) e poi le mette nell’acqua. Ma io non lo so”. Arcangela era piuttosto restia a parlare di fatture di masciari e di spiriti. Temeva che il racconto di certe pratiche misteriose di magia potesse nuocere alla creatura che sarebbe nata. Col passare dei giorni divenne più loquace; cominciò ad avere più fiducia. Era venuto il momento di chiederle com’era andata quella vicenda della vendita delle figlie. “La bambina due anni fa”, rispose, “la videro troppo svelta e bellina andava a scuola e se la vollero portare a Taranto l’otto ottobre di l’anno scorso. L’ho mandata per farla trovare bene la bambina perché io non ho il tempo di sostenerla in casa, perché non c’è la possibilità e il padre è paralizzato. Il padre non la voleva mandare ma poi si decise quando vide che era una famiglia di signori. Quest’altra bambina è stata scelta tra ventiquattro bambine a Pisticci; venne una signora dall’America e disse “suora voglio una bambina da portare in America”. La suora le fece uscire tutte e quella scelse mia figlia. Suora Cecilia mi mandò a chiamare a Pisticcci e me lo disse nel mese di Natale. Io andai alla signora a Matera e mi disse “ Se la vuoi dare la bambina a mia figlia che ha sposato un professore e non ha figli, diventerà ricca, avrà molti soldi, e ti debbo dare qualche cosa anche a te che certamente l’hai fatta grande la bambina””. Queste cose Arcangela mi raccontò mentre era con noi alla cantoniera da più giorni. Ricordo poi una notte in cui fù vento forte; entrava dalle fessure dai buchi, dai pori del tufo della cantoniera di Montepiano. Mi chiamarono, all’alba mentre Arcangela, seduta sul sacco di paglia gettata su di un tavolaccio nel sottoscala si torceva tutta, poggiata con le spalle al muro, con una mano al capo in una smorfia di dolore; la sua bambina, quella di quattro anni, era seduta sulla soglia e mangiava un tozzo di pane. Le donne che erano nella cantoniera si affacciarono poi si spinsero nel buco del sottoscala, tirarono pian piano dal pagliericcio la donna che continuava ad agitarsi e a gemere; le porsero qualche panno la fecero uscire e l’adagiarono su di un masso all’aperto, sul ciglio della strada rotabile, davanti alla casetta cantoniera, aspettando qualcuno un’automobile, passando di li a poco, per caso, raccolse la donna e la bambina per riportarle a Stigliano; e lì nacque il quinto figlio di Arcangela che non aveva ancora messo il piede nella casa della madre vecchia. Mi raccontarono che era accaduto qualche anno prima sulla corriera della SITA, verso San Mauro Forte, un caso quasi analogo. La corriera fu fermata in piena campagna e l’autista padre di una nidiata di figli, si rimbocco le maniche della tuta e dopo aver fatto scendere gli altri viaggiatori, intervenne su una povera donna presa dalle doglie del parto e, servendosi di un coltello e di un filo di ginestra, l’aiutò a dare alla luce la creatura, sulla piattaforma anteriore della corriera.

Tratto da: Sud Antico E Nuovo di Francesco Paolo Nitti.