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Umberto MontanoCorreva l’anno 1265, quando da Alighiero di Bellincione, di professione “compsor”, ovvero cambiavalute, e da Bella degli Abati, nasceva fra maggio e giugno, sotto il segno dei Gemelli, Dante Alighieri. Nel giro di qualche decennio avrebbe regalato all’umanità, con la sua Comedìa, uno dei più grandi capolavori della poesia universale. La sua fama fu immediata, come testimonia il Trattatello in laude di Dante, composto trent’anni dopo la morte dell’Alighieri da Giovanni Boccaccio, che ne tratteggia il seguente ritratto: “… di media statura e, poi che alla matura età fu pervenuto, andò alquanto curvetto, e era il suo andare grave e mansueto … Il suo volto fu lungo, e il naso aquilino, e gli occhi anzi grossi che piccioli, le mascelle grandi, e dal labro di sotto era quel di sopra avanzato; e il colore era bruno, e i capelli e la barba spessi, neri e crespi, e sempre nella faccia malinconico e pensoso”.

Dopo il grande novelliere, in età umanistica, molti altri scrittori ed artisti prestarono la loro attenzione a colui che, per dirla sempre con le parole del Boccaccio, per primo aveva aperto la via “al ritorno delle muse, sbandite d’Italia”. Fra i tanti, basti qui ricordare lo storico Leonardo Bruni e Sandro Botticelli che ne realizzò il ritratto più celebre. Era il 2005, invece, quando nel Palazzo dell’Arte dei Giudici e Notai, costruito nella prima metà del Trecento in via del Proconsolo, non lontano dal Bargello, venne scoperto un ciclo di affreschi, in cui compariva, fra le altre immagini, il primo ritratto di Dante storicamente documentato, realizzato a iniziare dalla seconda metà del secolo.

Il vero volto di DanteIn esso i lineamenti del Poeta non risultano coincidenti con quelli noti dell’iconografia tradizionale, che ha come punto di riferimento la produzione pittorica rinascimentale. L’affresco del palazzo dei Giudici, ad esempio, propone un volto di Dante con un naso lungo, ma non aquilino, come l’aveva descritto lo stesso Boccaccio. Ma di là dalle note storiche e critiche, mette piuttosto conto di sottolineare che il lavoro di recupero e di restauro, affidato a Daniela Dini, fu realizzato grazie all’impegno di Umberto Montano, un “illuminato” imprenditore lucano trapiantato a Firenze, che con la sua intelligente laboriosità si è affermato nel campo della ristorazione. Fu lui, infatti, a provvedere con un ingente finanziamento anche al consolidamento della struttura, sempre operando di concerto con la Sovrintendenza dei Beni Culturali e Artistici.

Ed è ora lo stesso Montano che, a dieci anni di distanza, proprio nel 750° anniversario della nascita di Dante, si rende benemerito promotore di un’altra splendida iniziativa, pubblicando per i tipi di Giunti il suo bel volume “Il cibo e la bellezza”.  Il libro, impreziosito da uno splendido atlante fotografico del celebre Oliviero Toscani, propone un qualificato contributo critico della compianta Maria Monica Donato, prematuramente scomparsa per una terribile malattia appena un anno fa.

La Donato, infatti, già insegnante a Siena e per cinque anni all’Università di Parma presso la Facoltà di Lettere, con la sua grande competenza scientifica di docente ordinario di Storia dell’arte medievale presso la Scuola Normale di Pisa aveva supportato con assoluta convinzione lo studio degli affreschi rinvenuti nello storico Palazzo fiorentino dei Giudici e dei Notai.