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Stigliano-Cappella dei Sacri Cuori
Stigliano-Cappella dei Sacri Cuori

All’interno, le vecchie cigolanti panche da sempre hanno accolto con attenta e partecipe discrezione i sospiri e le preghiere di tanti fedeli, perlopiù anziane pie donne, dando puntualmente sostegno e conforto alle loro quotidiane vicissitudini e alle loro fervide invocazioni.

Sotto gli affreschi delle volte, commoventi nella loro graziosa semplicità, e intorno alla colonna centrale, volteggiavano intanto, risuonando con aerea leggerezza, le parole delle liturgie, che don B., l’officiante, pronunciava con strabiliante celerità.

Aveva egli infatti una, si potrebbe dire se non risultasse blasfemo, “diabolica” abilità nel gettare ponti vertiginosi fra le parole introduttive e conclusive di formule e preghiere, sorvolando acrobaticamente sul resto. Durante la stessa celebrazione eucaristica un frettoloso Introibo ad altare Dei planava sullo Ite missa est, dopo un rapido succedersi, spesso un confuso accavallarsi, di Amen e Per omnia saecula saeculorum, di Et cum spirito tuo e Dominus vobiscum.

Per farla breve, una messa proprio ridotta all’osso e arruffata. Insomma, «na mèssa mbrǝgghiǝléuǝnǝ». Non per questo, però, poco partecipata e meno coinvolgente, per merito soprattutto della straordinaria religiosità dell’assemblea, ma anche per la suggestione che in tutti era creata da quella lingua fantasmatica, affascinante e misterioso pastiche, che era il latino borbottato da vecchiette sì analfabete, eppure animate da quella fede granitica, che nei cuori riesce a far luce sul più attanagliante mistero.

All’esterno, i tre lunghi e comodi sedili in pietra, aderenti alla nuda facciata, hanno ospitato per decenni gli anziani della “Villa”, desiderosi di trovare un’ombra refrigerante d’estate o intenti a catturare l’ultimo raggio di un tiepido sole autunnale. E sempre ne hanno ascoltato, curiosi o pazienti, le storie antiche, le amene facezie e le tristi nenie quotidiane, sussurrate in ogni caso con voce sommessa nei lunghi sereni conversari.

I duri lavori dei campi, le angherie di tanti protervi “galantuomini” o la magnanimità di alcuni “signori” più comprensivi, le annate memorabili per gli abbondanti raccolti, invero molto rari, o per le terribili carestie, invece molto frequenti. Ma anche le guerre, che falcidiavano le famiglie, privandole delle energie più valide, e restituivano in cambio lutti difficili da sopportare.

E poi l’emigrazione verso l’America prima, poi in Germania o in Svizzera o nell’“altra” Italia, con il pesante fardello di nostalgie per chi partiva, di recriminazioni per chi restava. E le felici o infauste vicende familiari, con matrimoni ben riusciti o finiti male, con fortune abilmente accumulate o sciaguratamente dissipate. Il luogo, in definitiva, era capace di accogliere e di custodire la semantica della vita comunitaria.

Vecchi giochi
Vecchi giochi

Il minuscolo sagrato, infine, non mancò mai di offrire il suo spazio avaro a numerose generazioni di ragazze e ragazzi, impegnati nei loro ingenui o fantasiosi giochi quotidiani, che variavano anche col variare delle stagioni: la campana, il Giro d’Italia, la staccia, la nàtǝlǝ, a sottacavalìrǝ, a trùzzǝ o a liberà. Era l’epoca in cui la play-station non esisteva neppure in embrione nelle fervide menti dei futuri distrattori di massa.

Capitava anche che i giochi fossero di tanto in tanto interrotti dal passaggio frettoloso di persone, uomini o donne, affaccendate nelle loro incombenze quotidiane. O magari dalle fughe improvvise prodotte dall’arrivo del severo “gendarme”, zǝ Pèppǝ lǝ uordiànǝ, pronto a sequestrare il pallone, magari fatto di stracci variopinti legati alla meglio con uno spago, in quanto reo troppo spesso di mandare in frantumi i vetri di qualche casa vicina.

Indimenticabile, però, resta il caldo pomeriggio in cui la sospensione dei giochi fu causata da una scena orripilante. Zia G., una vecchietta a tutti ben nota per la sua ammirevole dolcezza e per la sua detestabile parsimonia, si avvicinò, accaldata e scalza, alla Cappella. Giunta sulla porta, si prostrò e lentamente procedette, strisciando la lingua sul pavimento fino all’altare, dove, alzando ripetutamente le mani per aria, furiosa Erinni più che supplice pietosa, urlò con voce stridula invocazioni incomprensibili, per ottenere grazie particolari.

Al nugolo di ragazzini esterrefatti risultò impossibile tornare serenamente ai propri giochi, perché l’inaspettato e traumatico episodio diventò argomento esclusivo della loro conversazione serale, prima che la notte popolasse di strani incubi i sonni altrimenti destinati a placidi sogni.

Si è voluto dire, come gli stiglianesi meno giovani avranno percepito fin dall’inizio, della Cappella dei Sacri Cuori, situata nel cuore dell’”altolocato” Rione Villa Marina, la “Villa” per antonomasia, da cui lo sguardo vaga per spazi davvero “interminati”, che avrebbero potuto riempire d’incantato stupore perfino l’immortale Recanatese.

La stessa Cappella, peraltro, ha una una sua storia meravigliosa e intrigante, che meriterebbe di essere ricordata e raccontata. Ma questo, forse, accadrà in una prossima occasione. Per ora basti aver offerto una manciata di ricordi, non senza aver prima considerato, con grande tristezza, che purtroppo il Cuore della Villa batte sempre più a fatica nel corpo sofferente di una comunità mutilata.

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Vito Angelo Colangelo è nato il 24 novembre 1947 a Stigliano, in provincia di Matera, dove ha vissuto fino al 2006, quando si è trasferito a Parma per ragioni familiari. Laureato con lode in lettere antiche presso l’Università Federiciana di Napoli, ha accompagnato sempre la sua attività d’insegnante con un notevole impegno socio-culturale, collaborando peraltro per molti anni a quotidiani e a periodici locali, Lucania, Basilicata sette, La voce dei calanchi, Fermenti, Leukanikà. Saggista autore di numerose opere.