Home Crisi del cordoglio e presenza rituale del pianto

Crisi del cordoglio e presenza rituale del pianto

Da un punto di vista strettamente letterario il discorso protetto della lamentazione lucana consta di brevi versetti senza metro nè rima, terminanti quasi sempre con un ritornello emotivo (più precisamnete vocativo: beni di la sora, attane mie,frate mie,mamma mea,schianata me ecc.). Questi versetti cantati su una linea melodica tradizionalizzata villaggio per villaggio, sono lavorati con moduli espressivi fissi tradizionalizzati.Una parte di questi moduli ha un carattere tendenzialmente epico, di glorificazione delle res gestae, anche se si tratta di un operare che non va oltre la cerchia ristretta della vita famigliare: i moduli cioè rispondono alla prepotente esigenza risolutrice di riappropiarsi di ciò che del morto effettivamente è permanente e non patisce morte. I moduli offrono schemi emotivi di buone opere compiute, che sono attribuite  al defunto anche se la realtà è stata diversa. Così per esempio in molti villaggi lucani ricorre nei lamenti resi da moglie al marito il modulo. Eri così buono: mi andavi levando le pietre da mezzo la via alludendo a un atto di gentilezza del marito che durante gli spostamenti faceva salire la donna sull’asinello e andava togliendo le pietre sul percorso, per evitare i sobbalzi: questo modulo è convenzionale,e si applica con scarsissima aderenza alla realtà effettiva delle cose. Vi sono moduli generici validi per ogni caso di morte e adatti ad esprimere le reazioni psicologiche più frequenti,e ve ne sono di quelli che si riferiscono a situazioni più particolarizzate,come la morte del marito, del padre, o della madre,d el fratello o della sorella, del figlio ancora giovane,o della figlia non sposata. Questi moduli hanno una diffusione varia, e taluni di essi si ritrovano in più villaggi, anche se separati da una distanza di centinaia di chilometri.I moduli che formano il patrimonio della memoria culturale di una lamentatrice sono così numerosi da poter imbastire con essi un lamento lunghissimo nelle circostanze luttuose più diverse. In via di esempio,a Montemurro una figlia lamenterà il padre morto utilizzando i seguenti moduli: Tatta mie come voglie fa,tatta mie. Addò n’è benuta sta morte tua,tatta mie. Cume n’aie abbandunate,tatta mie. O amore de le figlie,tatta mie. Te sò passate tutti li dulure,tatta mie. Che morte all’improvvisa,tatta mie. Hai lassate li figlie tue,tatta mie. Nun hai date nisciune scuonze,tatte mie. E come amma fa senza di te,tatta mie….. Tra i moduli generici adatti a tutte le circostanze,vi è per esempio la sequenza: M’agghia vutà e magghia aggirà e non t’agghia vedè chiù . (Pisticci Grottole) Durante l’esposizione del cadavere parenti e vicini vengono a rendere visita al defunto:la lamentatrice deve registrare nel suo lamento il mutamento di scena,segnalando il nome di chi entra,rammentando i rapporti che lo legavano al morto e accennando magari a qualche episodio saliente della passata dimistichezza.A Ferrandina e a Grottole l’ingresso del visitatore viene registrato col modulo di prammatica: Mo vene.. seguito dal nome della persona (per esempio compare Nicola) e da qualche particolare correlativo (per esempio co nu mazze de sciur). La lamentatrice suole registrare con sequenze stereotipe anche altri momenti critici del cerimoniale funerario,come l’ingresso dei becchini o del prete, il suono delle campane, il trasporto della bara fuori casa,ecc. Un modulo conclusivo riscontrato a Ferrandina Pisticci e Grottole consiste nella richiesta al defunto se è contento di quanto gli è stato fatto cioè della manifestazione di cordoglio dei parenti e della pompa del funerale. Quando la lamentatrice piange la morte di un uomo adulto, marito o padre o fratello, ricorre molto spesso il tema delle mani del morto e della fatica alle quali esse erano adusata. Quanta fatia hai fatt’a sse mane. Si muorte cò la fatia a le mane . Nel lamento reso a persone giovani o mature,ma comunque non propriamente  propriamente vecchie o decrepite ricorre con frequenza una invocazione amaramente sarcastica. Oh! il vecchio che eri intendendo dire il contrario,cioè che era giovane abbastanza per continuare a vivere .Sempre con la stessa figura retorica si dice  Oh! ce male cristianeche significa anche qui il contrario,cioè che uomo dabbene che eri. Molto diffuso è il tema della morte come sonno:la lamentatrice immagina che il morto sia soltanto immerso in un sonno troppo lungo ed esorta e scongiura il dormiente a svegliarsi,ad alzarsi,a camminare. Un’altra serie di moduli è in rapporto alla condizione in cui viene a trovarsi la lamentatrice dopo la morte del sostegno della famiglia, marito o figlio che sia. Il regime tradizionale assegna alla contadina lucana una gravosa condizione di soggezione ,che le fa sperimentare quotidianamente come il suo operare sia fronteggiato, contraddetto, ridotto, smentito e schiacciato da forze incontrollabili. Per quanto non le sia risparmiata la fatica,anche quella più aspra,essa vive in uno stato di continua dipendenza economica ,sia da ragazza nel nucleo famigliare dei genitori,sia da sposa quando il marito sarà per lei il trave maestro della casa. Essa affronta sotto il segno della buona o mala sorte i momenti più delicati del suo destino di donna e di madre.Di qui alcuni moduli ricorrenti nella lamentazione:la vecchia madre perde il suo bastone e la sua speranza, la vedova vede lo schiantato il trave maestro della casa  e si sente abbandonata in mezzo a una strada con un fascio di figli in bocci. Il pensiero che ora toccherà alla vedova lavorare per sfamare gli orfani ancora piccoli si esprime a Pisticci con il modulo m’agghie affritecà la stuane (rimboccarsi il grembiule sul davanti a mò di grossa tasca).

Da: Morte e pianto rituale nel mondo antico. di Ernesto De Martino editore Boringhieri.