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cracolandiaPotenza, 2014-04-23 – Alla fine le persone che dovevano venire con me a Cracolandia* il giorno di Pasqua hanno fatto altri programmi e ci sto andando da solo. Dopo aver imboccato l’Avenida Brasil e, dopo aver superato una colonna militare di carri armati e jeep, arrivo al punto indicatomi da Padre Renato e, in mezzo ad alcune macerie, parcheggio. Sul finestrino posteriore dell’auto davanti alla mia c’è scritto: “La mia famiglia è un progetto di Dio”. Nascondo i CD, metto in tasca la fotocamera e scendo, lasciando il mio amato mezzo di trasporto in una zona a rischio. Arrivo alla passerella. Giro a destra e mi avventuro all’interno di una delle favelas del “complexo da maré”, presidiato dai militari federali.  Non riuscendo più a far fronte alla situazione di violenza legata per lo più al narcotraffico le Unità di Polizia Pacificadora sono uscite dall’area e hanno lasciato campo libero all’esercito. Ogni tanto incrocio un carro armato o un carro blindato, carico di soldati in assetto di guerra. Uno al megafono continua ad avvertire la popolazione di “lasciare le armi, la droga e denunciare, chi può e se la sente, i narcotrafficanti”. Non lo farà nessuno, i traficantes sono ferocissimi. Uno sgarro non si paga solo con la morte, ma anche con la tortura e un’esecuzione allucinante, bruciati vivi. Dove sto camminando è un luogo povero, ma pittoresco e per molti versi interessante. Nemmeno troppo degradato, tant’è vero che di cracolandia non c’è nemmeno l’ombra.
Chiedo a qualcuno, ma nessuno ne sa niente. Figuriamoci. Una signora che vende fiori invece mi dice. “Al fondo della favela, a sinistra”. “Grazie”. “Di niente”, poi aggiunge “va com Deus”. Sono un coglione, lo so signora: un gringo, con uno zainetto in spalla, che va avanti e indietro in una favela invasa dall’esercito, non è l’idea del secolo. Quando arrivo al fondo non trovo nulla. Chiedo a un tizio che ha un bar. “Non so niente, da quando c’è l’esercito qui è cambiato tutto”.
Altri tre sfaccendati a un altro bar non sanno nulla, finché spiego loro che sono un volontario, che lavoro con un Padre di chiesa per aiutare i cracudos. Alla fine uno, a denti stretti, mi da l’informazione giusta, torno indietro e finalmente li trovo, in una via defilata e abbandonata, favela nella favela. Nel gruppo di baracche di fortuna affastellate contro un edificio abbandonato vedo un piccolo gruppo di volontari e contro un muro, accovacciato, Padre Renato, in pantaloni e camicia. Sta accudendo un bambino che, mi dice, sta morendo. Offro un succo di frutta di quelli che ho portato con me, ma non può berlo, ha anche il diabete. È pelle e ossa e farnetica. Piange, dice che vuole acqua fredda, rifiuta quella ghiacciata che gli offrono perché, sostiene, è calda. Da lì a poco arriverà un’ambulanza chiamata dai volontari che lo porterà in uno degli ospedali ghetto di Rio e non ne sapremo più nulla.

Ci spostiamo davanti alle baracche dove i volontari hanno allestito un tavolino con una tovaglia bianca, una statuetta della Madonna, vino, olio e alcuni oggetti. La “Messa” di Padre Renato, ormai ci sono abituato, è come uno show motivazionale, nell’accezione più positiva del termine. C’è un volontario brasiliano che suona la chitarra e canta. Padre Renato parla al microfono e la voce è amplificata da un megafono. L’atmosfera è surreale. Alcuni cracudos vogliono parlare e sono contenti se registro l’intervista. Storie da far rabbrividire.

Chi entra nel crack, è certo, lascerà tutto il resto: famiglia, figli, lavoro, amici, soprattutto se stesso. Chiunque entra nel crack non tornerà mai più indietro, questo è quasi certo, a meno che non trovi qualcuno disposto ad aiutarlo, sempre che comunque lui stesso faccia uno sforzo di volontà sovrumano. Molto maggiore di quello che serve per uscire dall’eroina. La sconfitta è purtroppo molto più probabile della vittoria, che però rimane possibile. Ma ricordo sempre le parole di Don Juan nei libri di Carlos Castañeda: “la volontà è qualcosa che ci fa vincere una battaglia che, secondo ogni calcolo, si dovrebbe perdere”. Andiamo avanti allora. A vedere Padre Renato che dice la Messa in quello schifo, parlando a voce alta, amplificato dal megafono e intervistando i cracudos uno a uno, mi viene il groppo alla gola. Li invita, anzi, li costringe quasi, a dire che ce la faranno e che OGGI, il giorno di Pasqua e quindi della rinascita, determineranno di uscire dal crack e di riprendersi la propria vita, ADESSO, una volta per tutte.

Cosa fareste, ADESSO, se riceveste in regalo 50 euro, come è successo ad alcuni barboni di strada in Italia, beneficiati da Papa Francesco. Li manderei a mia figlia che non vedo da anni, dice uno. Comprerei da mangiare, un altro. Tornerei a casa, un altro ancora. Tutti avranno pensato, comprerei dosi per tre mesi, ma nessuno l’ha detto, questo è importante. Alcuni di loro piangono e piangono anche dei volontari. Il sermone (che più che altro è l’accorato discorso di un amico) di Renato è un invito a combattere per tutti, per chiunque, forse per se stesso medesimo per primo. Perché il punto è che nessuno è esente dalla schiavitù. Penso che lo schifo del mondo, che si manifesta spesso in posti che sembrano lontanissimi dalle nostre vite agiate, sia in realtà lo specchio di realtà sepolte nelle profondità di ognuno. Forse è per questa ragione che anch’io sono qui.

È il momento della consacrazione del pane e del vino e si forma una catena di persone che si tengono per mano, cracudos, preti, volontari e passanti. Il momento è catartico. A vedere questa scena assurda, specie dall’interno, sembra che in qualche modo un pezzo di rivoluzione sia già fatta. Poi Renato invita tutti ad applaudire e a gioire perché Gesù è arrivato lì, per la strada. Se c’è stato un tizio che ha “vinto il mondo”, vuol dire che lo possono fare tutti, dice. Applausi, grida, risate, quasi un rito tribale. I cracudos non osano fare la Comunione, non se la sentono, ma li rassicura che è come se l’avessero fatto. Allora alcuni chiedono di confessarsi, lì davanti alle baracche. Li fa parlare tenendo loro la testa tra le mani, poi li abbraccia. Piangono, ridono. Più che confessioni sembrano quasi esorcismi.

Tutto il rituale, sotto il sole tropicale, è lungo, ma in qualche modo, molto più piacevole e coinvolgente di una messa qualsiasi, almeno per me, devo confessarlo. Alla fine il buffet, con cibi e bevande offerti da tutti, dove si tenta di far sì che i ragazzi, affamati, stiano in fila e non facciano troppo casino. Dopo parlo un po’ con Renato, poi lo abbraccio e vado via. Forse ci si vedrà mercoledì, forse, per me. Loro vanno lì tutte le settimane. Se tutto questo non serve a nulla, come sostengono i detrattori, non importa, è comunque una sfida maledettamente necessaria e, lo dico con il più profondo rispetto, ironicamente disarmante. Non ho altro da dire. Solo mostrare le foto a questo link: http://unaltrosguardo.wordpress.com/2014/04/21/cracolandia/