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Aliano (MT), 2014-08-30 – Nel contesto del Festival “La luna e i calanchi” è stato presentato nell’Auditorium di Aliano il saggio inedito di Carlo Levi “La paura è il contrario della libertà”. Sono intervenuti Rocco Brancati, Vito Defilippo e Vito Angelo Colangelo, di cui si propone il testo integrale della relazione ufficiale. Due elementi sono, a nostro avviso, fondamentali per una corretta e piena comprensione del saggio La paura è il contrario della libertà: la contestualizzazione storica del documento e il richiamo delle correlazioni, che con chiara evidenza emergono, con i due saggi Paura della libertà e Paura della pittura.

Il saggio inedito, di cui il Comune di Aliano ha acquisito i diritti e che ha provveduto a pubblicare in collaborazione con la Regione Basilicata, consta di sei fogli dattiloscritti, cui seguono quattro fogli manoscritti, ed è datato 18 marzo 1948.

Quando veniva composto, dunque, era da poco trascorso il 1947, anno gravido di tensioni sociali, basti pensare all’eccidio di Portella della Ginestra del 1° maggio, provocato dalla banda di Salvatore Giuliano, eterodiretta da mafiosi e forze reazionarie, e di lacerazioni politiche, come testimoniano gli accesi contrasti che provocarono la scissione dei socialisti e il licenziamento dei comunisti dal governo da parte di De Gasperi.
Siamo, inoltre, a une mese esatto dalla storica data delle elezioni politiche, caratterizzate dall’aspro scontro fra la Democrazia Cristiana e le forze di sinistra riunite nel Fronte Popolare, guidato dal PCI.
Non meno inquietante è lo scenario internazionale, soprattutto dopo l’elezione negli USA del Presidente Harry Truman, che il 12 marzo 1947 al Congresso aveva pronunziato il discorso con cui si dichiarava e si dava inizio alla guerra fredda.

In questa particolare temperie storica e politica va ricercata la ragione della mancata pubblicazione del saggio leviano, perché, come ipotizza Paolo Saggese, cui è stato affidato il restauro filologico dell’opera, a un mese dalle elezioni essa «avrebbe creato notevoli polemiche al “Fronte Democratico Popolare” e [ne] avrebbe indebolito non poco la stessa saldezza».

Non mancano, infatti, nel testo riserve sulle strategie elettorali del Fronte, né considerazioni relative alla paura del comunismo, molto diffusa nel Paese, che avrebbero potuto portare vantaggi alla Democrazia Cristiana. D’altra parte, una eventuale pubblicazione del saggio dopo le elezioni avrebbe potuto attirare sull’autore critiche anche feroci da parte degli intellettuali di sinistra.

Ciò premesso, è il caso di comprendere il tema di fondo, che l’autore tratta ne La paura è il contrario della libertà, e di cogliere gli elementi più rilevanti della riflessione leviana.
Da una rapida analisi risulteranno evidenti i rapporti con i due saggi precedenti: il noto Paura della libertà e il successivo Paura della pittura, scritto nel 1942.

Il primo, pubblicato nel 1946, era stato scritto a sua volta nel 1939, mentre Levi era in Francia e sull’Europa incombevano i venti di guerra e la catastrofe provocata dal nazifascismo. Nella prefazione alla prima edizione, nel gennaio 1946, l’autore riconosce che, a distanza di sette anni da quando era stata scritta, risulta ancora sorprendentemente attuale l’opera, cui egli assegnava il valore del documento. In realtà, esso va ben oltre una semplice funzione documentaria di un periodo storico oltremodo travagliato e rappresenta, invece, un prologo illuminante del Cristo si è fermato a Eboli e dell’intera opera leviana, letteraria e pittorica.
In uno degli otto capitoli, di cui si compone Paura della libertà, l’autore sostiene che, attraverso la storia, la massa indeterminata si determina in un processo creativo, che si svolge entro due polarità estreme: la massa e l’individualismo o l’anarchia.

Nel lavoro pubblicato postumo a circa quarant’anni dalla morte, sulla scorta di questo concetto di fondo, Levi opera una distinzione fra «la paura individuale, che fa parte del carattere» e «la paura collettiva, che fa parte della mancanza di carattere». La prima «non è pericolosa», mentre la paura collettiva, o di massa, «è il fondamento stesso dello stato di massa e del totalitarismo». Non sfugge il richiamo evidente, poi esplicitato dallo stesso autore, al saggio uscito nel 1946, dove di grande rilevanza è il capitolo dedicato appunto all’idea di «massa».

Questa idea, con la categoria della «individualità», rappresenta, come si è accennato, uno dei due cardini di un processo dialettico che, trovando la genesi in «una originaria indifferenzazione», offre la chiave di volta per la comprensione di tutto ciò che è umano.

Quando trionfa la massa, è il convincimento di Levi corroborato dalla lezione di Vico, Freud, Jung, Bergson, Ortega y Gasset, si estinguono la creatività, la poesia e la libertà. La paura della libertà, si ribadisce nel saggio che ha appena visto la luce, «ha permesso l’esistenza del fascismo, del nazismo e di tutte le altre più o meno individuate moderne tirannie».
Insomma, in continuità e coerenza non solo con Paura della libertà, ma con Paura della pittura e addirittura con i più lontani e numerosi scritti giovanili, apparsi fra il 1922 e il 1932 su La rivoluzione liberale di Gobetti e nella prima serie dei Quaderni di Giustizia e Libertà, si conferma il nucleo essenziale del pensiero di uno scrittore legato alla politica e alla storia qual è Levi, per cui «è proprio la paura della libertà che perde la società degli uomini di fronte al potere politico ed è dunque soltanto l’educazione alla libertà che li può salvare …».

In tale ottica la Resistenza, fenomeno europeo, assume la funzione di «lotta contro il terrore», come sottolinea Levi nel saggio apparso nello scorso mese di dicembre. Essa quindi costituisce uno strumento di «liberazione dal terrore» e rappresenta, di conseguenza, «una profonda rinascita di valori della persona, una spontanea contraddizione al vago e terrorizzante totalitarismo, una affermazione dei valori dell’autonomia …».
Ciò attestato, secondo il parere dello scrittore torinese, diventa necessaria una spiegazione del fenomeno della «irrazionale paura collettiva», che continua a dilagare pur dopo l’abbattimento delle dittature nazifascisti: è una paura di segno opposto ma di origine comune, che nei paesi occidentali «prende la forma paralizzante del terrore sacro del comunismo (e che in oriente prende probabilmente la corrispondente forma della paura dell’imperialismo occidentale)».

Sta, allora, alla capacità degli uomini liberi di non aver paura e di reagire con coraggio nei momenti difficili, per svuotare le dittature dei loro terrificanti strumenti di dominio e di controllo. Ciò è possibile, perché sempre, anche nei frangenti più drammatici, nell’uomo permane un residuo di orgoglio, di consapevolezza e di coraggio, che lasciano intatte possibilità concrete di riscatto e di salvezza.

«Nel profondo dell’uomo – aveva incisivamente affermato in proposito Levi con la sua prosa cadenzata in Paura della libertà – sta la buia notte: il sole splende sulle sue opere; e quando è tramontato, qualche stella o qualche barlume notturno testimoniano del domani. La zona d’ombra è grande o piccola secondo gli uomini e secondo i tempi, e quello che è oscuro, sacro e vergognoso è coperto dagli dei. Il terrore dei rapporti umani non può essere mai assoluto, la parola non mai del tutto ammutolita, la preghiera non mai unica espressione; la servitù non mai completa, la guerra non mai senza paci, lo Stato non mai completamente totalitario».

Lo stesso messaggio egli ribadiva in un altro celebre passo de La paura della pittura, sostenendo: «Il domani non si prepara con i pennelli, ma nel cuore degli uomini; e gli uomini, che hanno seguito i loro Dei al fondo dell’inferno, anelano di tornare alla luce, e di germogliare, come un seme sotterraneo. Dal sonno della paura nasce la speranza, un lume di consenso dell’uomo e delle cose».

Nei brani appena citati è la chiara conferma che, come ricorda Giovanni Caserta in una bella antologia di scritti leviani dal titolo significativo Il coraggio della libertà, «Carlo Levi fu un intellettuale socialmente e politicamente sempre presente. Non per nulla soleva definirsi un uomo che, fra l’altro, aveva deciso di scrivere e dipingere, come a sottolineare che non ha senso scrivere e dipingere, se non si è innanzi tutto uomini, non si ha nulla da dire e non si ha voglia di cambiare il mondo».