Home Briganti Lucani Crocco descritto dal capitano Eugenio Massa

Crocco descritto dal capitano Eugenio Massa

…Il Crocco,come il lettore apprenderà dall’esame del suo manoscritto, è megalomane al più alto grado ; egli dimostra un’incoscenza completa nella consumazione dei reati, e, come tutti i criminali, cerca far scomparire la gravità dei delitti commessi coll’invocare il diritto alla vendetta. La pena dei lavori forzati a vita cui fu condannato dalla Corte di Assise di Potenza, siccome imputato di 75 omicidi, dei quali sessantadue consumati e tredici mancati, e di un milione e duecentomilalire di danni, il Crocco ha saputo sopportala con una rassegnazione che fa strano contrasto col suo carattere irrequieto, con la sua indole focosa, con i suoi istinti crudeli e sanguinari. La lunga prigionia non ha lasciato tracce sensibili sul suo fisico, mentre è valsa ad aguzzargli l’ingegno. Nella solitudine del carcere, il Crocco, dotato dalla natura di un ingegno versatile ha cercato per quanto gli era possibile, istruirsi leggendo e studiando, ed ora si vanta di essere un uomo di penna come in altri tempi si è vantato di essere uomo di spada. Quando lo vidi l ‘ultima volta dell’anno 1889, alla vigilia del suo cinquantanovesimo anno di età, era vegeto e robusto. La sua statura piuttosto alta (metri 1,78) ed il suo corpo sviluppato e proporzionato,fanno di lui un bell’uomo. Ha gli occhi castagni, i capelli leggermente brizzolati, il naso greco, la bocca, il mento, il viso regolare, la fronte ampia, solcata da poche rughe. Calmo, sereno, ilare,è ubbidiente e docile con tutti, rispettosissimo verso le guardie carcerarie, riconoscente verso chi può fargli un pò di bene. D’ingegno pronto,di fantasia esaltata, nello scrivere la storia della sua vita si mostrò capace di esprimere il suo pensiero con la forma direi quasi letteraria. Talune sue comparizioni talvolta riescono mirabili per colorito, come vere e giuste appaiono talune sentenze con le quali egli di tanto in tanto usa chiudere il periodo. Trasportato dalla foga dello scrivere, non si preoccupa di dare ordine alle sue idee, onde parla saltuariamente di un fatto e vi ritorna sopra a più riprese senza alcun nesso logico. E’ poeta,e tale si dimostra non tanto scrivendo versi:

…Colmò la madre pazza la disgrazia

in casa nostra povertà e mestizia

E ancora la sventura non è sazia!

Quanto fermandosi nel suo manoscritto a decrizioni pittoresche, a pensieri immaginosi, a sentimenti espressivi e talvolta squisitamente gentili, che non fanno sembrare possibile, come un uomo capace di concepire pensieri tanto delicati, sia stato in altri tempi così feroce e brutale. E’ filosofo,o almeno si perde spesso in meditazioni filosofiche,dopo le quali non trovando una ragione che a tranquillare la mente, si lascia sfuggire imprecazioni contro i governi, contro la società, contro la legge e talvolta contro la patria e contro Dio. E’ socialista e lo dimostra considerando la società un organismo pervertito e corrotto, dal quale deve uscire un altro sano e vegeto; le poche lamentazioni che gli escono di bocca, sono dirette a compiangere l’enorme disquilibrio economico tra il povero contadino e il ricco patrizio, e per conto proprio impreca contro il destino che lo fece nascere povero, mentre riconosce in se la stoffa di un grand’uomo, mancati soltanto per l’umiltà dei natali.Parlano o scrivendo non si vanta mai delle stragi compiute,anzi cerca giustificarle accampando il diritto alla legittima difesa. Si accalora e si insuperbisce nell’esporre le disposizioni date e prese per riuscire vincitore nei conflitti colle truppe, quando comandante di una masnada di oltre 1.000 uomini e duecento cavalli, nei boschi della Basilicata teneva fronte a parecchi battaglioni di truppe regolari. Di memoria ferrea, ricorda i minimi particolare della sua vita, dai primi anni d’infanzia ai momenti più burrascosi della sua agitata esistenza. Sa esporre con chiarezza le sue idee, e parlando dei conflitti avuti con la truppa,vi dimostra,con meravigliosa perspicacia,tutta la logica delle sue mosse tattiche per aver ragione sulle truppe, e l’arguzia dell’esplorazione lontana per prevenire lo scontro su terreni sfavorevoli,  gli agguati pericolosi resi facili dalla perfetta conoscenza dei luoghi, le ritirate a sbalzi ; attacchi di fianco; improvvisi, fulminei coi suoi arditi cavalieri, e le diverse; linee di fuoco; scaglionate sul fronte, colle; riserve appostate; pronte ad accorrere in rinforzo delle catene.

Il Crocco a differenza degli altri capibanda,che infestarono la Sicilia, le Calabrie e l\’Abruzzo,sulle numerose sue escursioni, dà la prova di una logica tattica,di un concetto chiaro,ed ordinato nel disporre il piano delle operazioni nella piccola guerra. All\’opposto degli altri,che sogliono sbandarsi paurosamente all’arrivo della truppa, egli ne accetta spesso il combattimento in aperta campagna e sa trincerarsi in posizioni favorevoli. Attaccato alla baionetta; resiste all’urto e risponde col contrassalto. Qualche volta ricorrre allo stratagemma militare; fà saltare ponti per interrompere la strada, taglia fili telegrafici per interrompere le comunicazioni. Quale capitano della sua masnada,ebbe la potenza di infondere il coraggio nell’animo dei suoi; sopperì con la forza della sua autorità a difetti di armamento,d’istruzione e di disciplina. Nei momenti pericolosi degli attacchi seppe, con mente limpida e serena, dominare la situazione e prendere con prontezza risoluzioni assennate. Con grande ardimento riuscì in breve a signoreggiare sulla sua gente,composta di persone che,avendo commesso qualche reato,e non volendo piegardi al rigore della legge,si segregavano dalla società, dandosi alla campagna per mantenersi liberi a dispetto della forza pubblica. Postosi a capo di pochi banditi, potè in breve tempo organizzare una banda che raggiunse la forza di mille uomini, raccogliendo tutta la feccia dei paesi e delle campagne, imponendosi sui deboli, guadagnandosi gli ingenui con larghe promesse di bottino e di piaceri. Scelti fra i numerosi gregari, per sottocapi i più audaci ed intelligenti, seppe dividerli in varie bande per poter vivere, ma con dislocazioni opportune in modo da poterle tutte riunire nel momento d’attacco. Da vero Generale (Così lo chiamavano i briganti) nei momenti della sua maggior potenza,pretese corrispondere direttamente con i comandanti delle truppe; e nelle sue lettere, sempre rispettose, esige di essere trattato alla pari, non già quale ribelle, ma come belligerante. Dopo i conflitti chiede il cambio dei prigionieri, e talvolta una tregua per dare sepoltura ai morti. Con arditezza singolare impone la resa di villaggi e di comuni di una certa importanza, ed ove trova resistenza attacca a viva forza, devastando, distruggendo, incendiando, portando ovunque la desolazione e la morte. Padrone dei paesi, detta bandi e con le imposizioni forzate requisisce le vettovaglie ed i danari necessari per la paga dei suoi uomini;mentr’egli, quale generalissimo,prende possesso del castello,o del miglio palazzo del comune. Nemico acerrimo dei patrizi e dei ricchi, impone a tutti il massimo rispetto per i miseri, ciò che gli valse qualche simpatia, ma rara, poichè il numero rilevanti di briganti ch’egli comandava e che nell’occupazione si davano al saccheggio,spogliavano spesso i ricchi ed i poveri,ed in mancanza di signore – a tempo fuggite – sfogavano le brutali loro voglie sulle donne del popolo. Qualche paese lo accolse talvolta a suon di fanfara con i preti, in commissione di ricevimento, mentre più tardi, ai tempi della Guardia Nazionale, venne accolto a fucilate e costretto a tornarsene con le pive nel sacco.

dalla introduzione a  “Gli ultimi briganti dellla Basilicata”