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Metalli pesanti in un corso d’acqua / Foto di Roberta Dommarco
Metalli pesanti in un corso d’acqua / Foto di Roberta Dommarco

Potenza, 2013-09-03 – Inchiesta sull’incremento e l’incidenza dei tumori in Basilicata, in un contesto nazionale che vede l’insorgere e l’aumentare di altri “mali”, come il mesotelioma pleurica, amara eredità di una industrializzazione fallita e di “storie di amianto”.

Nicola è originario di Bari, porta il nome “del Santo che perse i genitori per la peste”, ha 56 anni, un figlio, una moglie preoccupata e un mesotelioma pleurico. Fino all’età di 47 anni ha vissuto nel quartiere Japigia, uno dei più popolati di Bari, che insieme a quelli di San Pasquale e Madonnella ospita dal 1935 lo stabilimento locale della Fibronit, azienda specializzata nella produzione di cemento-amianto. Un’area di centomila metri quadrati di estensione, numerose discariche per lo smaltimento dei residuali, “20.000 metri cubi di amianto fino a 5 metri sotto la strada”, capannoni e tanti silenzi sui rischi connessi, perché “per trentanni gli operai hanno lavorato senza protezione dalle polveri di amianto e senza conoscerne la pericolosità per la salute.

Quello che del resto avveniva dappertutto, da Nord a Sud, dalla Lombardia, al Piemonte, alla Puglia, alla Basilicata”. Negli anni Ottanta la Fibronit S.r.l. – ex Sapic – ha chiuso i battenti lasciando in eredità più di 200 decessi per mesotelioma. Ma la “conta” è destinata a crescere. Gli esperti sostengono all’unisono che tra il 2015 e il 2018 ci sarà il picco massimo in Puglia, così come nelle altre regioni italiane, interessate dai grandi insediamenti industriali. Industrie chimiche e petrolchimiche, metallurgiche, amiantifere, che hanno marcato profondamente i territori dal punto di vista sociale ed ambientale, “cedendo in dote” siti inquinati, sui quali si è poi innescato un processo di reindustrializzazione caotico e scarsamente programmato. Storie di “inquinamento diffuso”, scarichi incontrollati di acque reflue notevolmente tossiche, contaminazioni chimiche e batteriche delle acque superficiali, depurazioni fallanti, ma soprattutto mancate bonifiche. 27.700 è il numero di siti contaminati presenti in Italia, per un totale di 32 milioni di tonnellate di risulta, tra le quali tanto amianto.

Dato confermato da un censimento condotto dalle regioni italiane in seguito alla Legge 93/2001, ma ancora incompleto considerando che Valle d’Aosta, Trentino, Calabria e Sicilia non hanno ancora risposto all’appello. La regione italiana a più alto rischio amianto è la Lombardia, nella quale si contano circa 2.700.000 metri cubi di amianto, tra 4.228 edifici pubblici, 24.000 edifici privati, nonché 1.000 siti con presenza di amianto friabile, oltre ad un numero ancora imprecisato di discariche abusive. In cinque regioni, invece, non è stato ancora stato ufficialmente attivato il Registro Nazionale dei Mesoteliomi, istituito nel 1993 presso l’Ispels, un Ente che oggi rischia di chiudere per effetto dell’ultima finanziaria del Governo Berlusconi. Cinquanta i milioni di euro finora stanziati, destinati esclusivamente ai 9 siti inseriti nella lista d’interesse nazionale, a fronte di un processo di bonifica lungo almeno 10 anni e dell’assenza di una mappatura delle aree dove smaltire i materiali. Intanto il 2015 – anno entro il quale l’amianto dovrà essere totalmente eliminato, come indicato dalla Conferenza Nazionale non governativa celebrata a Monfalcone nel 2004 – si avvicina e l’asbestosi – “la mia peste”, racconta Nicola – miete vittime. “Un male particolarmente rilevante come fattore predisponente all’insorgenza del carcinoma bronchiale e del mesotelioma pleurico, con un’incubazione anche di 30-40 anni. Basta una piccola fibra-killer e puoi essere condannato”.

Dal 1993 al 2004 il Registro Nazionale dei Mesoteliomi ha censito circa 9166 casi (6224 uomini e 2261 donne), 1000 decessi all’anno su 4000 decessi per altre tipologie di tumore: polmoni, laringe e ovaie in primis. Uno scatto in avanti impressionante considerando che dal 1993 al 2001 erano 5173 – come riportato sul bollettino n.31 marzo 2010 dell’Associazione Italiana Esposti Amianto -, “di cui 1247 in Piemonte, 961 in Liguria, 590 in Emilia Romagna, 587 in Veneto (di cui 90 nuovi casi l’anno: 20 nella sola provincia veneziana). Di questi 5173 casi, per 3552 casi sono state approfondite le cause di esposizione: 67 % professionale, 4% familiare, 4% ambientale, 24% esposizione ignota”.

Una vera e propria mattanza, da Miniera Balangero alla Fibronit di Broni e Bari, dalla Eternit di Casale Monferrato, di Reggio Emilia, di Massa Carrara, di Priolo, all’Italsider di Bagnoli, di Brindisi, di Taranto, all’ex Anic di Pisticci scalo, all’ex Materit di Ferrandina, fino a Gela e a San Filippo del Mela. Chiedo a Nicola quanti anni di esposizione professionale ha alle spalle come lavoratore della Fibronit di Bari. Mi risponde di non aver “mai lavorato alla Fibronit. Vivevo lì vicino, ora non vivo più”. Rientra nei casi di esposizione ambientale.

 Il caso. La Basilicata infrange da tempo l’appellativo di “isola felice”. L’ultimo Rapporto ISTAT inserisce la Basilicata ai primi posti in Italia per mortalità da tumori, con percentuali che superano la media nazionale. Un’altra “zona franca” italiana, nel profondo Sud, dove il brusco passaggio delle vocazioni del territorio da agricole e paesaggistiche ad industriali, produttive ed impiantistiche, ha provocato un forte trauma, colpendo la salute dei residenti.

Un’incidenza tumorale – dal 1970 ad oggi – che continua a crescere, assumendo sempre più i connotati di una curva pericolosa verso l’alto a forma epidemica. Una terra di nessuno dove il silenzio sulle cause e le responsabilità è assordante, tanto da far passare sottotono i 195 casi di asbestosi – dal 1960 al 1992 -, di cui 135 decessi, tra i lavoratori venuti a contatto con l’amianto durante le attività dell’ex Anic di Pisticci (poi Enichem Fibre dal 1984), della Syndial e dell’ex-Materit di Ferrandina. Ad evidenziarlo è l’Associazione Italiana Esposti Amianto, sezione della Val Basento, la prima delle due aree industriali dichiarate “Sito d’Interesse Nazionale” dal Ministero dell’Ambiente. La seconda è quella di Tito scalo, in provincia di Potenza.

Ed è proprio uno Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischi da Inquinamento, commissionato nel 2006 dal Ministero della Salute, ad approfondire stime di esposizione e caratterizzazioni epidemiologiche finalizzate a “chiarire il possibile rischio sanitario associato ad un documentato inquinamento ambientale” nei 57 S.I.N. (Siti d’Interesse Nazionale). Sotto analisi circa 55 cause di morte “ritenute informative ai fini della descrizione del possibile impatto sanitario di esposizioni ad agenti inquinanti presenti nell’area di residenza”. Tumore allo stomaco, al colon, al fegato, alla laringe, ai polmoni, alla pleura, alla vescica e al sistema nervoso centrale sotto stretta osservazione. Gran parte delle sedi tumorali che in Basilicata hanno l’incidenza massima è superiore a quella che si registra nel resto d’Italia e nelle regioni vicine, come è possibile leggere nella relazione di attività del Registro Tumori Basilicata Irccs-Crob.

A confronto i tassi di incidenza, basati sulle SDO (Schede di Dimissione Ospedaliere), che misurano la quantità di nuovi casi in distinti lassi di tempo su una standardizzazione di 100.000 abitanti, tra i quinquenni 1997-2001 e 2002-2006. I dati sono allarmanti. I casi di tumori al polmone, alla mammella e alla prostata sono in aumento in tutte le aree della regione, con delle eccezioni ancora più negative in alcune zone. Il Lagonegrese e l’area Sud spiccano per l’incremento di tutte le forme di cancro, sia per i maschi che per le femmine. Nel Metapontino crescono i casi di tumori tiroidei con un abbassamento notevole dell’età dei pazienti, tra le cui possibili cause si riconoscono le radiazioni ionizzanti. Nel Basso Sinni il tumore alla mammella fa registrare un +46.9, essendo passati da un 29.1 ad un 76; sulla Collina Materana il tumore al colon è a +20.8, così come nel Basso Basento e nel Melandro per le donne; l’Alto, il Medio Basento ed il territorio del Bradano preoccupano per il tumore alla prostata, rispettivamente, con un +39 (da 14.7 a 53.7), un +42.2 (da 4.4 a 46.8) ed un +46.9, poco meno di un terzo dell’incremento che si registra nel Vulture (+84.2).

Accanto a queste sedi tumorali che colpiscono tutte le fasce d’età, i dati confermano anche l’insorgere di nuove patologie come il linfoma non Hodgking e la leucemia mieloide. Il linfoma non Hodgking, particolarmente “aggressivo” nell’area basentana (+28.7 per i maschi, +5 per le femmine), colpisce prevalentemente le persone tra i 40 e i 70 anni e le cui cause sono imputabili anche ad alcune sostanze chimiche, come pesticidi e solventi, presenti nelle acque e nei terreni. La leucemia mieloide non ereditaria, invece, fa registrare notevoli incrementi nella Val d’Agri e nella Val Camastra con aumenti medi pari a 10.3. Tra le sue cause, oltre al fumo di sigaretta e ad alcuni farmaci usati per la cura dei tumori, si annoverano le esposizioni al benzene, sostanza contenuta nel petrolio e nella benzina.

Una forma di leucemia maggiormente giustificabile in centri urbanizzati e con forte inquinamento atmosferico. Nella stessa fetta di territorio, meglio conosciuto per le impattanti attività petrolifere e per la presenza del centro Oli Eni di Viggiano – unitamente alla Val Sarmento, al Vulture e al Melandro – anche il tasso di incidenza del tumore al pancreas (+16, +15, +17.1, +8.5, +4.6) denota disfunzioni. Per questo tipo di cancro, più raro al di sotto dei 40 anni, una recente metanalisi – condotta in 92 studi, raggruppando 23 agenti cancerogeni – circa il rischio occupazionale e l’esposizione ambientale ha inserito tra i possibili responsabili sostanze come alluminio, nichel, cromo, idrocarburi policiclici aromatici, polveri di silicio, solventi di idrocarboni alifatici e aliciclici, presenti in attività d’estrazione e di incenerimento.

Le indagini epidemiologiche in Basilicata, rivolte maggiormente all’effetto e non alla causa dell’incidenza tumorale, dimostrano la presenza di fattori di rischio indotti, in un territorio dove il sodalizio tra sviluppo industriale, occupazione e sostenibilità non ha funzionato. Fonte: http://www.pietrodommarco.it/tumori-in-basilicata/