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Basilicata cenni storici

Esistono varie ipotesi sull’origine del toponimo Lucania.

Prima ipotesi: Consistenti immigrazioni di popolazioni provenienti dall’Anatolia, i cosiddetti lyki, stabilitisi nella valle del fiume Basento.Seconda ipotesi:Popolazione osco-sabellicadei Lucani, guidata da Lucus, barbari provenienti dall’Italia centrale.Terza ipotesi: Il nome deriva da lucus che significa bosco .Quarta ipotesi: Secondo molti storici il nome Lucania deriva dal greco Lykos, cioè lupo, dalla vasta presenza di questi animali negli immensi boschi della regione.Quinta ipotesi: Un’ultima suggestiva ipotesi riprende la leggenda che vuole che un popolo di Sanniti diretti verso sud , arrivò in una terra dalla quale si vedeva sorgere il sole, quindi terra della luce cioè Lucania.Nel 1200 d.C. fece per la prima volta l’apparizione il nome Basilicata, dal greco Basilikos, termine con cui venivano chiamati i governanti bizantini della regione. Tra i secoli VIII e VII a.C. la regione entrò a far parte della Magna Grecia.Conquistata dai Romani subì numerose invasioni barbariche. Ebbe poi la dominazione dei Longobardi, i Bizantini e i Saraceni.

 

Metaponto

Metaponto è una frazione del comune di Bernalda in provincia di Matera. Ha circa 1000 abitanti, che incrementano durante la stagione estiva, infatti nei quattro mesi che vanno da giugno a settembre si calcola che vi siano circa trecentomila presenze; Metaponto è infatti ora un rinomato centro balneare con numerosi complessi turistici e locali. Sorge nella pianura a cui essa la città stessa dà il nome, il metapontino, tra i fiumi Bradano e Basento. Fino al 1930, anno in cui fu acquisita da Bernalda, Metaponto e il territorio circostante appartenevano al territorio comunale di Pisticci.Metaponto Antica (Metapontion, Metapontum)
Santuario di Hera VI secolo a. C.Metaponto fu fondata da coloni greci dell’Acaia intorno alla metà del VII secolo a.C., diventando molto presto una delle città più importanti della Magna Grecia. Secondo lo storico Strabone, Metaponto fu fondata da Nestore di ritorno dalla guerra di Troia. La ricchezza economica della città proveniva principalmente dalla fertilità del suo territorio, testimoniata dalla spiga d’oro che veniva raffigurata sulle monete di Metaponto e che divenne il simbolo stesso della città e che essa inviava in dono a Delfi.Metaponto stabilì un’alleanza con Crotone e Sibari e partecipò alla distruzione di Siris.Nel 413 a.C. aiutò Atene nella sua spedizione in Sicilia. Durante la Battaglia di Heraclea del 280 a.C. si alleò invece contro Roma con Pirro e Taranto. Quando Roma vinse definitivamente la guerra contro Pirro, Metaponto fu duramente punita e alcuni esuli metapontini trovarono rifugio a Pistoicos, unica città che era rimasta fedele a Metaponto durante la guerra. Nel 207 a.C. offrì ospitalità ad Annibale e i romani la punirono nuovamente, distruggendola. Divenne allora città federata riacquistando il suo splendore intorno al I secolo a.C. L’espansione urbana della città continuò fino all’età romana, che coincise con la decadenza e col progressivo abbandono della città, che venne lentamente ricoperta dai sedimenti alluvionali dei fiumi. A Metaponto visse e operò Pitagora che vi fondò la sua scuola. A poca distanza dalla città moderna è situata l’area archeologica di Metaponto con le sue rovine tra cui spiccano le celeberrime Tavole Palatine e il Museo Archeologico Nazionale di Metaponto

Grumetum

Fu un’antica città romana della Lucania. Attualmente rimangono gli scavi del parco archeologico di Grumentum, situato ai piedi del colle che ospita il paese di Grumento Nova (PZ), in località Spineta.
I primi insediamenti abitativi nella zona si possono far risalire al VI secolo a.C., tuttavia la fondazione della città vera e propria risale al III secolo a.C. ad opera dei Romani, nell’ambito della creazione di una serie di avamposti fortificati in posizione strategica realizzata durante le guerre sannitiche. Il sito si trovava infatti all’incrocio di due importanti assi viari: la via Herculea, da Venosa (Venusia) e Potenza (Potentia) verso Heraclea o Taranto, e la via Popilia verso Lagonegro (Nerulum) dove incrociava la strada che tra Capua e Reggio.
Durante la seconda guerra punica a Grumentum si svolsero due battaglie tra Romani e Cartaginesi (215 e 207 a.C.). Lo storico Tito Livio narra del primo scontro tra Annone, fratello di Annibale e l’esercito romano condotto da Tiberio Sempronio Longo, e di come nel secondo Annibale si fosse accampato a ridosso delle mura della città e fosse quindi stato sconfitto e costretto alla fuga dai Romani, provenienti da Venosa e guidati da Claudio Domizio Nerone.
Durante la guerra sociale la città si schierò con i Romani e venne distrutta e saccheggiata dagli Italici e attraversò un periodo di crisi e di calo demografico. A partire dallla seconda metà del I secolo a.C. la città venne ricostruita, e una serie di monumenti pubblici vennero edificati in epoca cesariana e augustea. A quest’epoca, o al successivo periodo giulio-claudio risale probabilmente l’attribuzione dello statuto di colonia.
Nel 370 divenne sede episcopale, ma subito dopo inizia un progressivo abbandono della città e del fondovalle: a causa delle incursioni saracene (IX e X secolo), viene fondata nel 954 una nuova città (“Saponara” o “Saponaria”, l’attuale Grumento Nova) sulla collina sovrastante.

L’area archeologica
L’impianto urbanistico della città, risalente alla fondazione del III secolo a.C. è di forma allungata, in dipendenza dalle condizioni orografiche della collina, e si articola su tre vie principali parallele, intersecate ad angolo retto da vie secondarie. La città era circondata da mura con sei porte, su un perimetro di circa 3 km e occupava una area di circa 25 ettari, di cui solo un decimo è stato riportato in luce.

I resti più rilevanti sono attualmente suddivisi in tre zone monumentali:
• teatro di epoca augustea, vicino al quale si trovano i resti di due piccoli templi di epoca imperiale e quelli di una ricca domus, denominata “Casa dei mosaici” per la presenza di pavimenti a mosaico del IV secolo in alcuni ambienti;
• foro chiuso da portici e con resti di due templi sui lati sud e nord, identificati ipoteticamente con il capitolium (principale tempio cittadino) e con un cesareum (tempio dedicato al culto imperiale). Sul lato ovest si trovano i resti di una basilica e forse di una curia (luogo di riunione del consiglio cittadino). Nei pressi del foro si trovano anche i resti di un edificio termale.
• resti dell’anfiteatro costruito sulle pendici della collina nel I secolo a.C. e modificato in epoca imperiale.
Fuori dalle mura si sono rinvenute inoltre tombe monumentali, una basilica paleocristiana e un acquedotto.
Molti dei reperti e delle testimonianze qui trovate sono custodite nel Museo Nazionale dell’Alta Val d’Agri, sorto nei pressi dell’area archeologica.

Policoro

L’attuale Policoro si è dunque sviluppata in anni recenti, a partire, cioè, dagli anni ‘50 con la riforma agraria e con l’autonomia comunale, ottenuta nel 1959. Ma affonda le sue radici nella Magna Grecia, preceduta sull’attuale territorio, anticamente conosciuto come Siritide, prima da Siris e poi da Heraclea.La Siritide era la zona compresa tra l’Agri e il Sinni fino al promontorio di S. Maria di Anglona. Mare, pianura, collina e tanta acqua per la presenza di fiumi e sorgenti, garantivano sviluppo agli insediamenti umani, tant’è che prima della colonizzazione greca, la zona era già abitata dalle popolazioni enotrie con numerosi centri, tra cui il più importante fu Pandosia, ubicato nell’attuale territorio di S. Maria di Anglona.

 

Arrivano i greci

I greci, in presenza di questo grande potenziale economico, scelsero appunto l’area costiera tra Agri e Sinni per la fondazione di Siris. Secondo Strabone (I sec. a. C.), Siris fu fondata agli inizi dei VII secolo a. C. alla foce del Sinni da un gruppo di esuli greci di stirpe ionica, provenienti dalla Turchia, precisamente da Colofone. Ma la ricerca archeologica non ha rinvenuto alcuna testimonianza di Siris nelle vicinanze del Sinni, mentre tracce di un insediamento fortificato identificato con Siris, sono state individuate sulla collina del castello di Policoro, al disotto dell’abitato di Heraclea. Sempre nell’attuale abitato di Policoro sono stati recentemente individuati alcuni piccoli nuclei di strutture abitate riferibili al periodo di Siris.

Con la distruzione di Sibari nel 510 a. C. che si era annessa l’area tra l’Agri e il Sinni con un intervento militare contro Siris, il territorio della Siritide viene conteso da Thourioi (città sorta da Sibari dopo la sua distruzione) e Taranto. Dopo alterne vicende belliche, nel 434/433 a. C., Taranto, all’apice della sua potenza , vi fonda Heraclea, secondo quanto riferiscono Strabone e Diodoro. La nuova città, che deriva il suo nome da Ercole, il mitico eroe delle dodici fatiche, eredita da Taranto le istituzioni politiche e la lingua, divenendo un importante centro.

Heraclea, capitale della Magna Grecia

Nei suo primo periodo di vita, Heraclea occupò la collina del Castello con un impianto urbano regolare. Verso gli inizi del IV secolo a. C. si estese a sud nei pianoro sottostante, in parte occupato attualmente dal tessuto urbano moderno, e fu difesa da un muro di fortificazione e da un fossato, come testimoniano i reperti archeologici. Un tratto delle sue mura è visibile davanti all’ingresso dell’ufficio postale.

La città ebbe una florida economia, basata sui prodotti naturali del suolo, in particolare cereali, olio, vino. Non risulta che abbia avuto forti interessi sul mare.

Nel 374 a. C. Heraclea divenne capitale delle altre città greche, ossia della Lega Italiota, al posto di Thourioi, caduta in mano ai Lucani. In coincidenza con questo avvenimento, il più importante nella storia della città, Heraclea visse il periodo di maggior splendore politico.

Le monete eracleensi

Nel 338 a. C. Heraclea subì l’occupazione delle popolazioni indigene dell’interno, i Lucani, ma venne liberata da Alessandro il Molosso, re dell’Epiro, alleato delle città magno-greche. intorno al 326 a. C., Heraclea, che fino ad allora aveva vissuto sotto la protezione di Taranto, divenne città libera, si governò con leggi proprie, diffuse le sue monete con l’effigie di Ercole con la dava e il leone nemeo (una delle sue dodici fatiche), scelta come simbolo dell’attuale città e riprodotta sullo stemma comunale.

Nel 280 a. C., Heraclea si trovò coinvolta nella guerra tra Roma e Taranto. Sul suo territorio, e più precisamente presso l’attuale Panevino, si svolse la famosa battaglia in cui Pirro sbaragliò i romani con i suoi elefanti. La città ne rimase devastata: il suo territorio, a poco a poco, finì per cadere in uno stato di abbandono, nel quale prosperò l’abusivismo con l’occupazione illegale dei terreni, appartenenti ai santuari di Atena e Dioniso.

Le Tavole di Heraclea

Con la pace ritrovata, si attuò un riordinamento delle aree demaniali per restituire ai santuari le proprietà di un tempo, attraverso un nuovo rilevamento catastale e con la definizione dei contratti per regolarizzare la locazione delle terre sacre, affidate a privati cittadini.

I testi, in lingua greca, furono trascritti su due tavole di bronzo, dette appunto di Heraclea, rinvenute nel 1732 in località Acinapura. Sono conservate nel Museo Archeologico di Napoli.

Un aspetto interessante di questi atti pubblici è costituito dalla distinzione che essi fanno tra locazione di tipo enfiteutico, cioè a lungo termine per i terreni di Dioniso e locazione a scadenza quinquennale per le terre di Atena, ritenute più fertili.

La riforma agraria nell’antichità

Le Tavole di Heraclea sono considerate un documento importante per la conoscenza delle forme di organizzazione e sfruttamento del territorio agricolo, per la storia linguistica, costituzionale, sociale e per lo studio dei sistemi agricoli non soltanto di Heraclea, ma di tutta la Magna Grecia.

Il retro delle Tavole è stato usato per la stesura di una legge romana, la “Lex Julia Municipalis”.

Le Tavole bronzee di Heraclea sono unanimamente considerate un esempio di riforma agraria, attuata nell’antichità sullo stesso territorio in cui ventiquattro secoli dopo sarà attuata la riforma agraria degli anni ‘50, che ha originato l’attuale sviluppo di Policoro.

Nel corso della seconda guerra punica, Livio, considerato uno dei più grandi “cronisti” dell’epoca, ci ha informato che Annibale requisì grano ad Heraclea per il suo esercito.

La decadenza di Heraclea

Nella tarda età repubblicana, Heraclea fu sconvolta da tumulti sociali (Cicerone, Pro Archia) ed anche nel 72 a. C. è turbata dal passaggio di Spartaco. La popolazione abbandonò la parte bassa della città, trovando rifugio nella parte alta.

In età imperiale, Heraclea è ormai in piena decadenza e sopravvive come piccolo borgo fino al V secolo dopo Cristo. In quel periodo, il mondo magno-greco andò soggetto ad una grave crisi economica, da cui non fu risparmiata neppure Heraclea.

La città fu abbandonata e i pochi abitanti sopravvissuti trovarono rifugio e si sistemarono nella parte alta della collina, intorno ad un nucleo abitato che nel periodo medioevale sarà denominato Polychorium.

Il Museo e i reperti fanno rivivere la Magna Grecia

In coincidenza con l’autonomia comunale, una missione archeologica dell’Università di Heidelberg, diretta dal prof. Bernhard Neutsch, effettuò i primi sondaggi per portare alla luce l’antica Heraclea. In molti anni di sondaggi e scavi, Neutsc fece importanti scoperte per la conoscenza di Siris ed Heraclea. Per i molti meriti acquisiti, all’archeologo tedesco fu conferita la cittadinanza onoraria nel 1967.

I sondaggi si trasformarono in vere e proprie campagne di scavo con l’istituzione della Soprintendenza Archeologica della Basilicata, presieduta dal prof. Dinu Adamesteanu, archeologo di fama internazionale. Ha inaugurato l’albo d’oro dei “cittadini illustri”, istituito nel 1994 dal Consiglio Comunale. Alla sua opera instancabile va ascritto il merito della realizzazione del Museo Nazionale della Siritide, nel parco archeologico, inaugurato nel 1969.

Il Museo, con i suoi reperti, racconta la storia delle città di Siris ed Heraclea, da cui Policoro trae le sue origini, la fase vissuta dai greci e dai principali popoli Italici, Enotri e Lucani, che abitarono nell’area comprendente i bacini fluviali dell’Agri e del Sinni o, per rifarsi alla terminologia letteraria greca, nella Siritide e nel suo retroterra. Documenta la storia economica, sociale e culturale di quel periodo e i processi di acculturazione dei popoli italici, a contatto con l’avanzata cultura greca.

Gli antenati, ovvero gli eracleoti e le eracleote

Attraverso i reperti conservati nel Museo possiamo conoscere la storia, il costume, l’arte, la cultura di un territorio che ha ospitato tante civiltà. Ci fa conoscere in particolare i primi abitatori di Heraclea – Policoro.

Gli eracleoti e le eracleote non erano molto aitanti: gli uomini erano alti mediamente mt. 1,61 e le donne 1,59. I primi trascorrevano molto tempo in palestra per curare il loro fisico, mentre le donne davano libero sfogo alla loro vanità con unguenti, belietti, monili e specchi.

Si consumavano molti farinacei e poca carne. Le attività? Prevalente l’artigianato. In particolare si lavorava il metallo, ma era molto diffusa anche l’arte pittorica, testimoniata dai vasi a figure rosse del “pittore” di Heraclea – Policoro, Zeusi. Tutti erano molto religiosi, praticanti e devoti agli dei.

Heraclea cede il posto a Policoro

I primi documenti che riportano il nome di Policoro, che in greco significa territorio ampio, ed è perciò probabile che stesse ad indicare la pianura dominata dalla collina su cui Policoro sorgeva, risalgono agli inizi del XII secolo e riguardano Albereda, sorella di Ugo di Chiaromonte e moglie di Riccardo Siniscalco, denominata signora di Colobraro e Policoro. Alla sua morte Policoro passò ai nipoti, i quali nel 1126 confermano i privilegi al Monastero greco di S. Elia di Carbone. Dall’atto si desume che anche prima dell’anno 1000 esisteva un casale, con chiesa ed un monastero basiliano, con la indicazione “nella città di Policoro”.

Nel 1214 Policoro passò, per donazione, da Raimondo il Guasto al Monastero del Sagittario, uno dei tre grossi centri monastici, ubicati nell’area del Pollino.
Nel 1232 Federico II di Svevia sostò a Policoro durante la spedizione contro le città ribelli della Sicilia.