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Barile, 2012-11-25 – Nei giorni scorsi in visita a Barile un albanese Arber Agalliu che ammira il popolo arbereshe e denigra il proprio Paese per colpa dei politici. Ecco il racconto della sua venuta a Barile: “Appena entrati in Basilicata, sentii una sensazione strana, sapevo che ero a pochi chilometri dalla scoperta di quell’angolo d’Albania e d’albanesi rimasto intatta come 500 anni fa.All’uscita di Rionero in Vulture, mi incontrai con il mio amico arbereshe Antonio Romano, insieme al quale ho continuato a percorrere la strada che mancava per arrivare al paese dove lui era nato, e dove i suoi genitori tutt’ora abitavano. Dopo poco davanti a me comparve la scritta “Barilli katund arberesh. Mire se na erdhtit”. Non volevo credere ai miei occhi, in quel cartellone all’entrata della città era scritto in albanese, era scritto nella mia lingua. Scendemmo di macchina ed io cominciai a fare foto al cartello da tutte le angolature possibili, così feci per tutta la strada fino all’arrivo davanti palazzina dove abitavano i genitori di Antonio, scaricammo la macchina e andammo subito a fare il giro turistico del paesello. Antonio da buon cicerone ad ogni passo che compivamo si fermava per spiegarmi la storia della sua famiglia e di Barile, così scoprii che si trattava di una piccola città di circa 3 mila abitanti.Alla prima fermata che feci all’entrata di Barile, mentre facevo le foto notai tanti scavi nella roccia, nella parte bassa della città ed approfittai delle spiegazioni del mio amico per chiedergli di cosa si trattasse, egli mi spiegò che si trattava delle cantine delle varie famiglie, in mezzo alle tante cantine c’era anche la sua, dove suo padre fino a qualche anno fa lavorava l’uva per fare il vino. Inoltre Antonio mi spiegò che inizialmente quegli scavi erano serviti ai primi albanesi situati in quella zona alla fine del Quattrocento come abitazioni, dove vivevano con il bestiame in quanto erano dei braccianti alla disposizione delle grandi famiglie del paese.

Mentre camminavamo nelle viuzze della città, per nostra fortuna incontrammo il Prof. Donato M. Mazzeo, un carissimo amico di Antonio che a Barile ricopriva il ruolo di Assessore alla Cultura. Egli, che inizialmente parlava solo in italiano, appena seppe che ero un cittadino albanese, cominciò a parlare in un albanese chiaro e perfetto, tanto che non capivo se era albanese o arbereshe. Il Professore, mi invitò a visitare il museo arbereshe di Barile ed io approfittando della sua presenza cominciai con le mie domande riguardanti gli oggetti e le vecchie foto appese nei muri del Museo. Dopo un’oretta circa di visita ringraziammo il Sig. Donato e ci avviammo verso casa dove i parenti di Antonio ci aspettavano per pranzare tutti insieme. A tavola non poteva mancare il vino fatto in casa, anche se la cosa che mi colpì di più era il fatto di sentire due persone anziane di ottant’anni parlare tra di loro in dialetto stretto ed io dall’altra parte del tavolo che ascoltavo con il cuore in gola dall’emozione. Lasciai Barile dopo aver salutato Antonio ed i suoi anziani genitori in lingua madre e dopo aver promesso a me stesso di girare un giorno tutti i paesi arbereshe d’Italia alla ricerca della vera Albania nascosti tra le loro mura. Sono trascorsi ormai più di 500 anni e queste persone hanno mantenuto e tramandato una lingua parlata di padre in figlio, hanno mantenuto le loro feste che una volta erano anche le nostre, hanno mantenuto quel senso di appartenenza che molti albanesi odierni perdono dopo due anni di residenza in Grecia o in altri paesi del Mondo dove sono emigrati. Queste persone parlano un’albanese perfetto nonostante l’arbereshe non esistesse come lingua scritta fino a qualche decennio fa, non come gli albanesi di oggi che stanno massacrando la lingua usando vocaboli stranieri e modi di dire che niente hanno a che vedere con l’albanese. Queste persone si sentono appartenere sotto un’unica bandiera, quella con l’aquila bicipite, non come in Albania dove oggigiorno la bandiera con l’aquila viene strappata per fare posto alle bandiere dei vari partiti.

Queste persone cantano e recitano nella loro lingua madre, mentre da noi la musica e l’arte in generale è diventato un copiare di continuo artisti stranieri, perdendo la figura dell’artista nazionale del quale essere fieri. Queste persone sono fiere e si sentono albanesi al 100%, forse più degli stessi albanesi che risiedono in Italia, i quali si italianizzano talmente tanto che spesso e volentieri rinnegano le loro origini e la loro lingua. Queste comunità festeggiano l’anniversario della nascita e della morte dell’eroe nazionale Skanderbeg con canti e balli, pubblicando libri e organizzando cene, da noi invece i festeggiamenti dei 100 anni d’indipendenza dell’Albania vengono ridicolizzati dagli scontri tra le varie forze politiche in vista delle loro campagne elettorali, portando come conseguenza il menefreghismo da parte del popolo e conseguentemente la perdita d’importanza di questo tipo di feste che dovrebbero servire ad unire il paese non viceversa. Queste persone hanno dedicato un pezzo del loro cuore all’Albania mentre i nostri politici stanno vendendo a pezzi l’intera Albania pensando solo a gonfiare le loro tasche e noi glielo lasciamo fare. I veri albanesi liberi sono gli arbereshe, loro cantano, ballano e scrivono per la loro madre terra e per la sua cultura, noi albanesi di oggi non abbiamo niente da festeggiare, siamo stati sotto il dominio dell’impero Ottomano per 500 anni, sotto il regime fascista del Duce, successivamente sotto il regime del dittatore Hoxha e da vent’anni a questa parte continuiamo ad essere vittime di quella Democrazia tanto cercata ma mai avuta!”

Lorenzo Zolfo
La foto ritrae Arber Agalliu; l’ingresso di Barile in bilingue e le cantine di Barile.