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Barile (PZ) – Molti barilesi, specialmente i meno giovani, ancora ricordano quel tragico evento accaduto nel lontano gennaio del 1958, in cui l’accidentale esplosione di un residuato bellico causò la morte di un bambino di quasi dieci anni e il ferimento di altri ragazzi. “Un triste e luttuoso fatto di cronaca che oltre a gettare nello strazio, nel dolore e nella disperazione le famiglie colpite, ingenerò sconforto e cordoglio nell’intera popolazione della cittadina Arbereshe” riferisce Emilio D’Andrea, scrittore e giornalista.

Oggi, a distanza di cinquantanove anni da quel giorno maledetto, uno dei ragazzi sopravvissuti, il sessantanovenne Antonio R., sente il bisogno di raccontare le fatali sequenze di quei drammatici momenti. “Eravamo un gruppo di bambini curiosi e intraprendenti, con tanta voglia di giocare e sempre alla ricerca di luoghi nuovi da scoprire.

Un pomeriggio di fine ottobre ‘57, risalendo i campi di San Leonardo insieme altri tre compagni, ci imbattemmo in una vecchia dal lungo vestito nero che gridava come un’ossessa – Andate via, qui non dovete più venire o sarà peggio per voi, avete capito? E tu non nasconderti – rivolgendosi a Mauro G. – perchè ti porteranno nel grembiule e te lo dice una che è nata di venerdì! Incuranti degli anatemi della lugubre arpia, rientrammo a casa continuando a vivere la nostra spensierata infanzia fino al fatidico 9 gennaio 1958.

Quel giorno, invece di rimanere a giocare insieme a tutti gli altri per i vicoli del borgo, su mia proposta ci dirigemmo verso il burrone del Pantone, situato dalla parte opposta a San Leonardo. In testa c’ero io seguito da Mauro G., come me di dieci anni non ancora compiuti, Michele P. di quasi nove, Raffaele V. di otto e Vincenzo C., il più piccolo, di appena sei anni.

Barile
Barile

Giunti al ruscello con le scarpe inzuppate, Mauro mi superò e con la punta del piede destro sollevò un qualcosa che sembrava una pietra di fiume, ma vedendolo smarrito e titubante mi feci avanti per raccogliere quello strano oggetto rotondeggiante di color rosso argento, da cui fuoriusciva una linguetta di cuoio legata a una corta catenina di metallo.

Nel mostrarlo agli altri continuai incautamente a scuoterlo nonostante emettesse strani rumori dall’interno. – Apriamolo, apriamolo, vediamo cosa c’è dentro – ripetevano in coro – Sarà mica una bomba? – disse Mauro – No, ma che bomba, abbiamo trovato un tesoro – replicammo in coro.

Incoraggiato dal generale entusiasmo lo posai in terra e subito dopo a turno cominciammo a colpirlo con pietre e sassi, fin quando gli si creò una piccola crepa, attraverso cui lo aprii completamente. Mauro si prese la linguetta di cuoio, mentre io trattenni il grande rocchetto di filo di ferro con la parte centrale piena di una sostanza cremosa simile al sale sciolto.

Il contenitore esterno, ormai diviso in due parti, lo rigettammo nell’acqua dove, trattenuto dai ciottoli, fu ritrovato alcuni giorni dopo dai carabinieri che io stesso accompagnai in loco. Fieri e soddisfatti del ritrovamento di quel misterioso trofeo che incoscientemente avevo continuato a maneggiare, facemmo il giro del paese per ritornare al rione Pagliai. Fra Via San Martino all’angolo con Via Trieste, accadde qualcosa di strano ed inspiegabile …

All’improvviso mi sentii pungere l’indice della mano sinistra (forse per il compimento della funesta profezia della strega) da una molletta di ferro venuta dal nulla … Michele era rimasto indietro di qualche metro, Vincenzo e Raffaele si trovavano alla mia sinistra mentre Mauro, il cui destino crudele era in agguato, mi stava a destra.

Fu a quest’ultimo, infatti, che affidai momentaneamente il congegno prima di dirigermi verso casa per farmi medicare il dito sanguinante. Feci non più di sette o otto passi e sentii un boato tremendo e sconvolgente: la bomba era scoppiata fra le mani del mio amico più caro! Mi girai spaventato e non vidi più niente e nessuno … Gridai, piansi, mi disperai in preda alla paura e ai sensi di colpa.

Benché confuso e frastornato realizzai ben presto l’accaduto, con i miei compagni ed altri bimbi in celia tutti stesi a terra tramortiti, colpiti dalle schegge infuocate in faccia, al petto, agli arti o alla schiena. Mauro pagò il prezzo più alto ed amaro: preso in pieno stomaco giaceva inerme con il corpo e le membra squarciate.

La maledizione della Masciara si era terribilmente avverata … la sconsolata madre, afflitta dall’immane dolore, ne raccolse amorevolmente i pietosi resti fra lacrime, strazio e disperazione. Io fuggii terrorizzato verso la piazza, consapevole di essere scampato alla morte grazie all’ignaro sacrificio del mio compagno, ma con la devastante e pervasiva sensazione di essere inseguito dalla falce micidiale e tagliente della Sinistra Mietitrice sempre assetata di vita e di sangue”.