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Carlo Levi-Gli anni della formazione

Carlo Levi

Il periodo di confino di Carlo Levi, fu com’è noto cronologicamente breve, ma straordinariamente intenso e, per certi versi, decisivo non solo riguardo alla sua successiva attività politica, letteraria ed artistica ma, più in generale, per la sua formazione umana. Carlo Levi giunse in Lucania, con destinazione Grassano ,il 3 agosto 1935; arrivò ad Aliano, sua nuova destinazione, il 18 settembre dello stesso anno, lasciò Aliano il 26 maggio 1936 ,in seguito a un condono della pena iniziale, in base alla quale egli sarebbe dovuto rimanere al confine per tre anni. Complessivamente, dunque, il suo soggorno obbligato in Lucania durò poco meno di dieci mesi, ma rappresentò un momento cruciale nel suo percorso esistenziale ed artistico.
Quando Levi fu confinato per la sua attività antifascista, aveva poco meno di trentratè anni e però aveva accumulato già un notevole capitale di esperienze significative sul piano, culturale, artistico, politico.
Fin dai tempi in cui aveva frequentato il liceo “Alfieri”, aveva avuto modo, infatti,di stringere rapporti importanti con un gruppo di giovani, alcuni dei quali frequentavano invece il liceo “d’Azeglio” e consideravano punto di riferimento intellettuale e morale il professore Augusto Monti. Con loro Carlo sentì di avere interessi comuni e incominciò a dibattere animatamente di letteratura, di arte, di politica. Particolarmente assiduo ed intenso fu, tra gli altri, il sodalizio con Natalino Sapegno, destinato a diventare un eminente storico e critico della leteratura italiana, con il quale Levi era stato compagno fin dalle scuole elementari. Ma decisivo risultò senz’altro l’incontro con Piero Gobetti (Torino,1901-Parigi,1926), il giovane intellettuale torinese, quasi coetaneo, avvento nel novembre del 1918, cioè dello stesso anno in cui iniziava le pubblicazioni il periodico gobettiano ENERGIE NOVE. A distanza di molti anni, nella ricorrenza del trentesimo anniversario della morte dell’autore de La Rivoluzione Liberale, Levi così racconterà quell’incontro, avvenuto dopo aver letto casualmenete e “con sempre maggior rapimento” il primo numero di ENERGIE NOVE.
“”Mi pareva di trovarci espresso in parole esplicite, rivelato, diventato comunicabile e chiaro il vago ineffabile che era in me ,tutta la energia indeterminata e così nuova che non sapeva neanche di esistere ,tutta la potenza diffusa e inconsapevole di quella prima adolescenza.[…]
In questa rivistina, questo bisogno, questo impulso indeterminato pareva si determinasse in ogni riga, e diventasse, da muta spinta e impulso ,parole, argomenti e ragione.

Piero Gobetti

Mosso da non so quale determinazione,presi la penna e scrissi…una lettera al direttore il cui nome vidi stampato sulla copertina: Piero Gobetti-via XX Settembre 60… Con mio grande stupore ricevetti, il giorno dopo, una letterina di risposta dove Piero Gobetti mi scriveva, in poche righe, che desiderava conoscermi e che mi aspettava a casa sua. Credevo che il direttore della rivista fosse un vecchio,o almeno uno di quelli che allora consideravo vecchi…, e il cuore mi batteva quando salivo le quattro rampe della scala di pietra, a destra dell’androne, di fianco al negozio di frutta e di primizie del signor Prospero. Suonai il campanello con estrema esitazione e venne subito ad aprirmi un ragazzo alto, magro, con una gran testa di capelli scarruffati biondo-castani, un paio di occhiali di metallo sul naso aguzzo e occhi vivacissimi e penetranti dietro le lenti. Volevo chiedergli se c’era in casa il signor Gobetti, che pensavo doveva essere suo padre; ma egli, credo, capì dal mio viso il mio dubbo e subito mi disse: “Gobetti sono io, tu sei quello che mi ha scritto, sei Levi?” Così conobbi Gobetti. Forse i santi non sono che degli adolescenti: certo Gobetti era fatto di quella loro natura che si esprime negli altri, che suscita la vita intorno a sè, che fa crescere crescendo, che fa pensare pensando, e che, infine fa vivere morendo.””
Sono evidenti nella testimonianza leviana gli accenti di forte emozione e la sicura consapevolezza di essersi imbattuto in una persona straordinaria, capace di creare un’attrazione quasi magnatica, che confermerà presto di essere, socraticamente, un autentico”catalizzatore quando non suscitatore di vigore e creatività intellettuale…”
Carlo Levi, dunque, subì una forte influenza sul piano culturale, riguardo, ad esempio, all’approccio al tema del meridionalismo e dell’approfondimento della questione meridionale, dalla frequentazione di Gobetti, che si era avvicinato a questa tematica grazie al sodalizio intellettuale con Giustino Fortunato, Benedetto Croce e Gaetano Salvenimi. Da lui, inoltre,fu decisamente indirizzato, sul piano politico,ad un atteggiamento di avversione netta, intransigente, coerente al regime fascista, come prova con tutta evidenza la seguente testimonianza:
…mai ci avvenne e mai, credo, per quanto viviamo, ci avverrà d’incontrare un uomo che, come Gobetti, si incarnasse compiutamente e con tanta forza coerente la morale della libertà. Questa forza e totalità e coerenza di vita ne fanno non soltanto un modello, ma gli hanno permesso di vivere negli altri, di permeare o di far sorgere in altri quegli stessi bisogni e quegli stessi doveri…

Gaetano-Salvemini

Ma non meno determinante risulta, soprattutto riguardo all’esperienza artistica, l’appartenenza di Carlo Levi al gruppo gobettiano per il suo avvicinamento a Felice Casorati, il pittore novarese che, giunto a Torino dopo la conclusione della prima guerra mondiale, molto contribuisce con Gobetti a sprovincializzare il mondo culturale ed artistico della ex-capitale del regno e il cui incontro sarà ricordato come”uno dei momenti più pieni, profondi, suscitatore di realtà duratura, uno dei momenti più veri della nostra vita”.
Negli anni successivi, omunque, li interessi artistici e politici di Levi ebbero modo di definirsi in modo più chiaro e netto. Sul versante artistico va ricordata la costituzione, nel gennaio 1929, del cosiddetto gruppo dei Sei, con Gigi Chessa, Francesco Menzio, Enrico Paulucci, Nicola Galante e la Jessie Boswell, he fu favorita da un grande storico dell’arte, il modenese Lionello Venturi, attivo a Torino dal 1915 e autore nel 1926 di un innovativvo saggio, Il gusto dei primitivi, destinato a influenzare gli orientamenti dell’ambiente artistico torinese.
Tratto da Cronistoria di un confino di Vito Angelo Colangelo
L’esilio in Lucania di Carlo Levi raccontato attraverso i documenti.