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Carlo Levi – L’impegno politico

Nello Rosselli

A qualche anno prima, invece, e precisamente al 1924, nello stesso anno in cui conosce Umberto Saba, risale la conoscenza di Nello Rosselli, avvenuta a Firenze, quando il giovane Levi prestava servizio militare come allievoufficiale medico: s’instaurerà con lui e con suo fratello Carlo un rappporto di grande amicizia, che durerà per oltre dieci anni, vale a dire fino al 1937, quando i fratelli Rosselli saranno barbaramente assassinati a Bagnoles-de-l’Orne da sicari fascisti appartenenti alla Cagoule. Grazie all’amicizia con i Rosselli, che, come ricorda lo stesso Levi, è propria della prima giovinezza, e che si accresce di una immediata intesa intellettuale e morale, che, diventa senza bisogno di parole, comuninanza di pensiero, di sentimento, di linguaggio, quest’ultimo non esita ad entrare nel gruppo di Giustizia e Libertà, il movimento che nacque a Parigi nell’agosto del 1929 e vide tra i fondatori, oltre a Carlo Rosselli, Emilio Lussu, Alberto Torchiani ed altri, Vincenzo Nitti, il figlio dello studioso lucano ed ex Presidente del Consiglio Francesco Saverio.,riparato prima in Svizzera e poi in Francia, alla fine del 1925, per sfuggire alle persecuzioni fasciste, dopo l’aggressione subita nel 1923. Ben presto, anzi, diffusasi progressivamente la cospirazione in Piemonte, Carlo Levi diventò a Torino uno degli esponenti più attivi di Giustizia e Libertà, godendo peraltro del vantaggio di poter mantenere vivi i rapporti con gli antifascisti operanti in Francia per i suoi frequenti viaggi a Parigi, dove soggiornava sempre più a lungo per esplicare la sua attività artistica. In quegli anni densi di impegni artistici e poltici, Calo Levi conobbe ed entrò in dimistichezza con Leone Ginzburg, destinato anch’egli a diventare un autorevole e insostituibile punto di riferimento politico e morale.

Leone Ginzburg

Per quanto riguarda le persone che esercitarono una forte influenza su Levi, non si può passare sotto silenzio l’ascendenza che certamente su di lui ebbe lo zio Claudio Treves, uno dei più eminenti esponenti del socialismo riformista,che fu anche deputato e direttore de l’Avanti, poi dell’organo del nuovo Partito Socialista Unitario, La Giustizia, infine del giornale della Concentrazione antifascista a Parigi, La Libertà. Claudio Treves, che era nato a Torino nel 1869, muore a Parigi il 10 giugno 1933 e, come è stato opportunamente rilevato, la data del giugno s’impone nella mente di Levi come una data stregata, come un appuntamento ricorrente di morte. Ricordando Treves dopo la morte con accenti di viva emozione, il nipote ne evidenziò la bontà, la tolleranza, ma soprattuttola grande lezione di etica politica ispirata alla morale dell’intransigenza,che sarà fatta propra da tutti coloro che, come Levi, in quegli anni erano giunti alla politica per natura, ma quasi a malincuore per il dovere dei tempi e intesero perciò, l’impegno politico innanzitutto come istanza morale. Fino al gennaio 1932 alla prefettura di Torino Carlo Levi è considerato ancora una persona di buona condotta morale e “dalle indagini eseguite non è emerso che egli svolga attività antifascista, per quanto sia di sentimenti non favorevoli al Regime”. Subito dopo, però,per la sua convinta e, si direbbe, frenetica attività cospiratoria portata avanti quale esponente, con Vittorio Foa e Leone Gizburg, del centro organizzativo di Giustizia e Libertà, egli comincia ad esere oggetto di attenzioni sempre più pressanti da parte della polizia fascista.

Vittorio Foa

Si arriva così all’11 marzo 1934. quando Mario Levi e Sion Segre sono fermati al confine con l’Italia e la Svizzera, mentre trasportano su una torpedo materia di propaganda antifascista. L’episodio della perquisizione e della fuga un pò rocambolesca del fretello è raccontato con malcelata trepidazione da Natalia Ginzburg nel suo romanzo autobiografico Lessico familiare. “Un sabato Mario non venne, come sempre, da Ivrea […] Il lunedì mattina, vennero Gino e la Piera a dirci che Mario era stato arrestato sul confine svizzero, insieme ad un amico; il luogo dove l’avevano arrestato era Ponte Tresa; e non si sapeva altro.[…] Poi Adriano venne a dirci che Mario, passando per ponte Tresa in automobile con quel suo amico era stato fermato da guardie della dogana, che cercavano sigarette; e queste avevano perquisito l’automobile e vi avevano trovato opuscoli antifacisti: Mario e il suo amico erano stati fatti scendere, e le guardie li stavano accompagnando al posto di polizia; e passavano lungo il fiume. Mario d’un tratto s’era svincolato, s’era buttato nel fiume vestito com’era, e aveva nuotato verso il confine svizzero. Guardie svizzere,all’ultimo, gli erano venute incontro con una barca. Ora Mario era in Svizzera, salvo.” In seguito a tale episodio si scatena la dura reazione del regime, che provoca numerose perquisizioni e 17 arresti. Tra gli altri viene arrestato l’ingegner Riccardo Levi, fratello di Carlo, che il 13 marzo, a sua volta è fermato nella villa di famiglia ad Alassio e tradotto alle Carceri Nuove di Torino.

Viene rilasciato il 9 maggio, ma il 15 maggio del 1935 è di nuovo arrestato, questa volta a Torino. In seguito ad alcuni rapporti fiduciari che si susseguono tra il novembre 1934 ed il marzo 1935, Carlo Levi è indicato come un elemento di primissimo piano nell’ambito del movimento antifascista torinese e in un promemoria della Polizia Politica del mese di marzo si sottolinea: “Da anni il Levi svolge un’attività e subdola opera antifascista. Elemento intelligente e scaltro sa abilmente mascherare la sua azione sì da essere difficilmente compromesso”. All’arresto seguono l’interrogatorio da parte della Polizia Politica di Torino, avvenuto il 23 maggio, e il trasferimento nel carcere di Regina Coeli a Roma. Qui il capo della polizia, il 5 luglio, chiede anche per il Levi, come per gli altri imputati, “l’assegnazione al Confino di Polizia per anni 3 ciascuno, siccome sono pericolosi per l’ordine nazionale”. Tratto da Cronistoria di un confino di Vito Angelo Colangelo L’esilio in Lucania di Carlo Levi raccontato attraverso i documenti.