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Di Laura Traversi e Alex Tarissi: 

Per questo 2016, dedichiamo di nuovo ai nostri lettori una ragionata sintesi sul recente rapporto (fonte: Art Economics) presentato al TEFAF di Maastricht (www.tefaf.com), l’eccezionale appuntamento  fieristico mondiale per art dealers e collezionisti, art-addicts e operatori  istituzionali e professionali.

Si può dire con orgoglio che è una creatura anglo-olandese  –per le sue vicende fondative – ma anche squisitamente europea ed internazionale, con una solida partecipazione dell’arte italiana (vedasi la photogallery). Da ottobre aprirà col primo appuntamento annuale negli USA  (www.tefafnewyork.com). E se ne  comprenderanno da quanto segue i motivi.

Riscontri globali. Nel 2015 il mercato mondiale dell’arte ha sostanzialmente consolidato i buoni risultati raggiunti l’anno precedente, allorché il valore complessivo  delle vendite, azzerato il crollo del 2009, aveva fatto registrare il nuovo record di transazioni di 68,2 miliardi di Dollari USA ( Art Market Report 2016. Fonti: Artnet, AMMA, UN Trade Databases, Eurostat etc. ).

Tutto bene, dunque? Non esattamente…

In primo luogo, il mercato USA ha dato un contributo determinante al sostegno dei dati globali del mercato, grazie ad un incremento delle vendite del 4% sul 2014, unica area geografica a registrare dati positivi, a fronte di un calo frazionale  dell’Europa (circa il 5%, a parità di cambio), ma soprattutto di una contrazione del 23% in Cina: quest’ultimo mercato, rispetto ai picchi registrati nel 2011, quando sembrava destinato a diventare l’area di riferimento, ha perso quasi il 50%  del valore e dei volumi scambiati, scivolando in terza posizione, dietro il Regno Unito, nella classifica dei paesi più importanti per il commercio di arte (la tabella riassuntiva è allegata alla fine di questa analisi).

TEFAF-Design-Dansk-Mobelkunst-e-Su-Xiaobai-1949-.-Pearl-Dam-Hong-Kong.-Ph.LTraversi
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In secondo luogo, gli scambi, soprattutto nelle aste, appaiono sempre più concentrati ed apicali: l’antiquariato  e le arti decorative faticano a recuperare il loro peso tradizionale e, fra  le arti visive, il segmento  del secondo dopoguerra e del contemporaneo  rappresenta ormai il 50% delle vendite di settore, con i 20 artisti più importanti che raggiungono il 45% del fatturato conseguito con il 3% delle opere battute in asta (a titolo di esempio, le vendite di Andy Warhol nel 2015 hanno largamente superato gli scambi di tutto il mercato delle aste italiane). Le principali case d’asta internazionali, avvertiti i pericoli insiti in tale livello di polarizzazione, hanno iniziato a promuovere nuove strategie di gestione delle vendite, con enfasi crescente sulla storia, la provenienza ed il significato degli artefatti, prima ancora del nome dell’autore. La riduzione degli scambi, per valori e volumi, registrata dal segmento degli Antichi Maestri europei, si è ormai estesa agli artisti europei del Primo Ottocento: il fatturato nelle aste internazionali degli Old Masters è sceso ai livelli dei primi anni 2000, conseguenza certamente dei mutamenti di gusto ed interesse dei collezionisti internazionali, ma soprattutto della scarsità di offerta di opere significative  sul mercato. Quando questo è avvenuto, come nel caso di due importanti Rembrandt, acquistati congiuntamente dal Louvre e dal Rijksmuseum a trattativa privata, la transazione è stata completata al valore record di circa 160 milioni di Euro.

Uno spunto di riflessione ottimista, a chiusura di questa premessa, ci è offerto dai dati relativi al commercio mondiale di artefatti (fonte Arts Economics, database ONU). Nel 2014 (ultimo anno per cui si dispone di dati certi)  è proseguito il trend di crescita degli scambi internazionali, che hanno raggiunto il più alto livello della storia, con un incremento di circa il 6% sull’anno precedente. La crescita è proseguita nel primo semestre del 2015, ma qui si tratta di stime provvisorie.  Gli Stati Uniti sono il paese di riferimento, costituendo oltre 1/3 dell’interscambio mondiale. L’Unione Europea contribuisce con il 40%, all’interno del quale spiccano Regno Unito (26%) e Francia (6%): tuttavia, nonostante sia la principale area del commercio globale, le cifre dell’interscambio comunitario sono relativamente modeste, e raggiungono solo il 16% del totale (fonte Eurostat); in effetti, il primo partner commerciale del Regno Unito e della Francia in questo settore sono gli USA, seguiti dalla Svizzera e dalla Cina, mentre solo il 2% delle esportazioni britanniche hanno attraversato la Manica nel 2014!

E l’Italia? E’ al settimo posto mondiale per le esportazioni, con un volume certificato di circa 600 milioni di Dollari Usa nel 2014 ( circa il 2% dell’export mondiale), ma solo al sedicesimo per le importazioni (130 milioni di Dollari), con un surplus commerciale di 470 milioni. I nostri principali mercati di sbocco sono il Regno Unito e gli Stati Uniti, compriamo soprattutto in Francia.

Il mercato negli USA. Gli scambi sul mercato del colosso nordamericano hanno superato i 27 miliardi di Dollari USA, cioè il 43% del mercato mondiale. Negli Stati Uniti operano circa 4500 case d’asta e 70000 gallerie e negozi di antiquariato, che impiegano una forza lavoro di 750000 addetti, il 90% dei quali è laureato (le donne sono circa il 55%). A titolo di mero raffronto, si calcola che in Italia siano attive nel settore circa 30000 persone…

TEFAF-P.C.M.-Carpentier-1832-Da-Heim-Basel
TEFAF-P.C.M.-Carpentier-1832-Da-Heim-Basel

Nel 2015 le arti visive del XX e XXI secolo hanno dominato le vendite in questa area geografica, con un fatturato di settore che ha superato i 10 miliardi di Dollari, quasi la metà di tutte le vendite mondiali relative  agli artefatti di tale periodo. Pur con percentuali molto significative, il fatturato del mercato USA è ben più modesto per tutte le fasi storiche precedenti, compresa la pittura impressionista e postimpressionista, che non raccoglie più gli entusiasmi passati presso i collezionisti di oltreoceano. Sorprendentemente ottimo, invece, nel campo delle arti decorative il riscontro commerciale dell’arte cinese negli USA, che alcuni ritengono legato ad una crescente partecipazione diretta dei cinesi stessi – mercanti e collezionisti – alle aste americane di settore. Indiscutibilmente, va ricordato al riguardo che i mercati più lucrosi attirano oggetti ed opere di migliore fattura, laddove la proprietà sa di poter vendere ai prezzi più elevati. Corollario di quanto precede è la trasparenza e la facilità degli scambi  in questo paese, che da sempre favorisce l’apertura del commercio di opere d’arte, nell’assunto che opacità e barriere commerciali danneggiano proprio le attività economiche dei paesi che le praticano a presunta difesa dei propri interessi.

Il mercato in Cina. Detto in precedenza della contrazione (23%) che ha caratterizzato il mercato cinese nel 2015 (ma Hong Kong ha tenuto molto meglio…), è opportuno comunque sottolineare che i collezionisti di questo paese hanno continuato ad acquistare in patria soprattutto le arti decorative e la pittura antica cinese, il cui mercato ha largamente sopravanzato quello degli Antichi Maestri europei (circa 750 milioni di Dollari contro i 560 di questi ultimi): i cinque artisti antichi più scambiati nel 2015 sono stati tutti cinesi. Molto attivo, nel corso dell’ultimo anno, è stato il ruolo dei compratori cinesi (ed asiatici in genere) nelle grandi aste e fiere internazionali, sia verso le loro arti decorative che verso le arti visive occidentali del Novecento. A titolo di esempio  in merito a quest’ultima tendenza, si ricorda che la seconda principale acquisizione in asta del 2015 – il Nu Couché di Amedeo Modigliani battuto da Christie’s a New York per 170 milioni di dollari –  è stata effettuata da un miliardario cinese. E’ lecito forse ipotizzare che la tradizionale opacità di questo mercato, e in particolare delle aste nella Cina continentale (questo è l’unico paese in cui le aste coprono il 70% del fatturato d’arte, contro il 50% degli altri), stia finendo per incoraggiare gli acquisti all’estero dei collezionisti di questa area geografica. Del resto, già nel 2014 la Cina ha registrato il più alto deficit commerciale di settore nel mondo (le importazioni di artefatti hanno superato le esportazioni di 1 miliardo di Dollari USA).

Il mercato nell’Unione Europea. Con un fatturato complessivo  di circa 21,3 miliardi di dollari USA, divisi in percentuali quasi uguali fra vendite in asta e vendite in galleria ed in fiera, il mercato U.E. si è attestato al 33% circa di quello  globale  (era oltre il 40% nel 2005, prima del boom cinese, ed ancora al 38% nel 2010, subito dopo la crisi). Con il 40% circa del volume di scambi, l’Unione si pone invece all’apice del commercio internazionale di opere d’arte, autentico polo di attrazione per gli operatori di altre aree geografiche che qui comprano profusamente (la bilancia commerciale dell’area è stata positiva per oltre 2,6 miliardi di Dollari USA nel 2014). Il Regno Unito e la Francia, rispettivamente con il 64 ed il 19% delle vendite nell’area, si sono confermati i centri nevralgici del mercato europeo, con Germania (5%) ed Italia(3%) confinate in posizione marginale; gli altri paesi si dividono meno del 10%. L’anno passato non ha registrato particolari sussulti nel vecchio continente, quasi di concerto con l’andamento piatto dell’economia…

L’Europa partecipa al crescente interesse per l’arte del Novecento, ma in misura più contenuta rispetto ai picchi raggiunti dalla piazza di New York, sulla quale Christie’s e Sotheby’s hanno dirottato quasi tutti i Top Lots del 2015. Del resto, anche le grandi fiere europee non possono sottrarsi all’attrazione fatale d’oltreoceano, ed il TEFAF prepara l’imminente sbarco nella Grande Mela. Londra conserva la leadership di mercato e di risultati solo nel segmento degli Antichi Maestri europei, con la meravigliosa kermesse di Maastricht indiscutibilmente al vertice delle fiere mondiali nell’ambito dei capolavori del passato.

Il mercato in Italia. La notizia positiva, dopo anni di umilianti arretramenti, è che l’Italia nel 2015 si è attestata al 3% del mercato U.E. ed all’1% del mercato mondiale, con una timida ripresa degli scambi rispetto all’anno precedente (unico fra i paesi dell’area). Meno confortante, peraltro, è il riscontro che tale crescita sia stata indotta prevalentemente dagli acquisti effettuati sul nostro mercato da operatori, mercanti e collezionisti stranieri, spinti sui nostri lidi ospitali dal fascino irresistibile dei nostri prezzi…Del resto, le esportazioni dall’Italia sono quintuplicate in 10 anni (da 120 a 600 milioni di dollari), mentre le importazioni sono rimaste costanti. Va comunque registrata con soddisfazione la crescita di interesse, interna ed internazionale, per l’arte italiana del dopoguerra e contemporanea, rispecchiata dalla ripresa di quotazioni e vendite anche sul nostro mercato primario e secondario. Si tratta come è ben noto dell’unico segmento di mercato non soggetto a restrizioni e vincoli alla circolazione, ancorché gli anni Sessanta e Settanta siano ormai  pericolosamente vicini alle lenti di taluni censori (in)consapevoli di limiti e (s)vantaggi della loro visione. Non è un caso che – potendo essere più frequenti  gli scambi – raggiunga quotazioni più adeguate allo spessore creativo della nostra arte nel suo insieme. Ad un’imminente modernizzazione delle leggi in vigore, che avvicini l’Italia alle normative applicate altrove in Europa, dobbiamo guardare con moderate speranze, date le ipocrite abitudini e interessi di parte del Bel Paese