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Il_segreto_di_OrtensiaDopo il bel romanzo d’esordio, La casa dello specchio, che meritò la segnalazione alla XVI edizione del Premio Letterario Nazionale “Carlo Levi”, la trilogia delle Cronache dal Borgo della Mole Eterna, progettata da Imelde Cassino Rosati, si arricchisce di un nuovo prezioso elemento, Il segreto di Ortensia (Sprint Edizioni, 2015, pp. 223).  E’ un’altra opera interessante, che intende creare, attraverso microstorie quotidiane, l’affresco di una minuscola comunità della provincia lucana negli anni Settanta del secolo appena passato. Epperò nel contesto di una vita comunitaria normale e rutinaria l’autrice inserisce una vicenda paradossale, che assume le dimensioni del grottesco e dell’assurdo. Al centro della narrazione è la giovane Ortensia, che va via da Quadraro, il paesino natale, dove lascia il padre Orazio, ormai solo dopo la morte precoce della moglie Rosa e della seconda figlia Iris, vittima di un agghiacciante incidente. Unica presenza consolante per lui è quella del fraterno amico Giacomino, che avrà parte importante negli snodi decisivi del racconto.

Animata da grande entusiasmo, Ortensia si trasferisce dunque al Borgo della Mole Eterna, per prendere servizio nella locale scuola elementare come assistente amministrativa. Ella s’integra presto e bene nell’ambiente di lavoro e in paese e la sua vita scorre apparentemente tranquilla e non priva di gratificazioni, anche perché riesce a mimetizzare con ingegnosità il segreto che la tormenta. L’appagante tran tran quotidiano sin dall’inizio, in uno struggente paesaggio autunnale, è scalfito solo dal riemergere dei ricordi familiari: l’arrivo al Sud nei primi anni Cinquanta del padre Orazio dopo l’acquisto di un’azienda agricola malmessa che egli provvede a far rinascere con notevole abilità; la morte prematura della mamma e, soprattutto, il terribile incidente di cui è stata vittima l’amata sorella Iris.

Ma il tarlo, che rode l’animo di Ortensia, è insopprimibile, le impedisce di rassegnarsi alla perdita della sorella e la spinge a mettere in atto un’idea assurda: tramite Rinaldo, un amico che lavora a Cinecittà, si fa costruire uno stupendo manichino, che alla fine risulta una perfetta clonazione di Iris. Con sorprendente lucidità crea poi le condizioni perché la finzione diventi del tutto credibile ai conoscenti, agli amici, al fidanzato. La narrazione allora si muove sul labile confine fra reale e surreale e procede sul filo tenue di un’ambiguità paradossale, che attira e coinvolge il lettore. L’artificiale clone di Iris, infatti, si relaziona non solo con la sorella nell’intimità delle pareti domestiche, sì anche con le altre persone del borgo, creando però, ad un certo punto, spiacevoli e imbarazzanti situazioni a causa della sua irrefrenabile cleptomania.

La trama, abilmente costruita, è intessuta di preziose divagazioni, che esaltano in maniera sobria e scevra di ogni enfasi retorica valori essenziali come l’amore, l’amicizia, la dignità del lavoro e vivacizzano la narrazione, che comunque procede placida fino all’epilogo. Solo allora, caduto il velo della finzione architettata dalla protagonista con lucida follia, il racconto acquista progressivamente un ritmo serrato e drammatico e si colora di tinte grottesche e inquietanti, per rappresentare uno squarcio di vita, segnata da impulsi incontrollabili e da una violenza angosciante. E’ la violenza che talora irrompe e dilaga ben oltre la volontà delle persone, vittime del perfido gioco dell’esistenza. Come ha mostrato con arte inarrivabile Luigi Pirandello.

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Vito Angelo Colangelo è nato il 24 novembre 1947 a Stigliano, in provincia di Matera, dove ha vissuto fino al 2006, quando si è trasferito a Parma per ragioni familiari. Laureato con lode in lettere antiche presso l’Università Federiciana di Napoli, ha accompagnato sempre la sua attività d’insegnante con un notevole impegno socio-culturale, collaborando peraltro per molti anni a quotidiani e a periodici locali, Lucania, Basilicata sette, La voce dei calanchi, Fermenti, Leukanikà. Saggista autore di numerose opere.